Torino, donna ha ospitato jihadista per 9 anni: "Mi chiamava mamma"

Monuer El Aoual, 29 anni, il marocchino arrestato con l’accusa di attività finalizzata al terrorismo internazionale, di istigazione a delinquere ed apologia di reato aggravati.

Lo hanno accolto in casa come un figlio e lui li ha traditi. M.S., 66 anni, è la donna che insieme al figlio 25enne ha ospitato per 9 anni Monuer El Aoual, il marocchino di 29 anni arrestato con l’accusa di attività finalizzata al terrorismo internazionale, di istigazione a delinquere ed apologia di reato aggravati.

“Che Dio lo maledica, noi gli abbiamo dato un tetto, un letto. E lui ci ha traditi”. Non si dà pace M.S. che nella sua casa nel quartiere torinese di Barriera di Milano aveva arredato una camera per il jihadista arrestato. “Lui – spiega la donna – dormiva fuori dalla moschea e non aveva da mangiare. Lo abbiamo accolto in casa. Per me era come un figlio. Gli dicevo che poteva parlare di ogni problema”.

Deve rispondere dell’accusa di terrorismo, istigazione a delinquere e apologia di reati perché su Facebook, dove era registrato con il nome di “Salah Deen”, aveva condiviso immagini di propaganda jihadista.

Dalle carte dell’indagine emerge che madre e figlio erano completamente all’oscuro dell’attività di proselitismo che Mounel svolgeva su internet. Nelle ultime settimane, però, pare che anche la madre e il figlio che lo ospitavano si fossero resi conto che Monuer aveva assunto atteggiamenti e opinioni “radicali”. La storia in Italia di El Aloual inizia nel 2008, quando arriva da irregolare. Non risulta che lavorasse, non si muoveva mai dalla casa che lo ospitava, perché amico del figlio della donna.

In realtà Mido, come lo chiamavano gli amici, aveva una doppia identità. Per la famiglia che lo ospitava e i vicini di casa era un “bravo ragazzo”, sempre gentile, portava fuori il cane e faceva la spesa. In realtà, invece, stava progettando un attentato in Italia e si era infiltrato nella famiglia in cui chiamava “mamma” la donna che lo aveva accolto. Deve rispondere dell’accusa di terrorismo, istigazione a delinquere e apologia di reati perché su Facebook, dove era registrato con il nome di “Salah Deen”, aveva condiviso immagini  di propaganda jihadista.

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