##Torture, morte, stupri: l'inferno Libia nelle carte dei magistrati -4-

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Roma, 16 set. (askanews) - D, è del Camerun, i suoi genitori sono morti, nel suo paese c'è la guerriglia e decide di partire. In Algeria paga per arrivare in Libia ma appena arrivato a Sabratha è arrestato dai banditi ribelli al regime. Qui è imprigionato in un capannone con altri migranti, 50-60 persone, uomini, donne e bambini. Guardie libiche e nigeriane, armate. 'Eravamo tutti sottoposti a continue violenze e torture da parte dei nostri carcerieri, poiché pretendevano il pagamento di una somma di denaro, da parte dei parenti, in cambio della nostra liberazione. Chi non pagava veniva torturato con la corrente elettrica. Ti davano delle scosse che ti facevano cadere a terra privo di sensi. Ho assistito personalmente a tanti omicidi avvenuti con la scossa elettrica. Succede che ti forniscono un cellulare con il quale contattare i parenti per esortarli a pagare il riscatto. Laddove non si ricevevano le somme richieste il migrante veniva poi ucciso'. D. subisce la tortura delle scosse ma riesce a sopravvivere, poi viene liberato grazie all'Oim. Ma non vuole rimpatriare, c'è la guerra, così scappa. Ma un libico a cui si era affidato insieme ad altri lo vende ad alcuni banditi, del famigerato gruppo di 'Asma boys'. Un'altra prigione, con altri migranti, e 'anche lì, come nella precedente prigione, si sono ripetute le violenze e le torture'. E le uccisioni: 'Anche in questa prigione ho assistito personalmente a diverse morti di migranti, i quali pativano per le lesioni riportate a causa delle continue violenze subite'. D. è venduto ad un libico che lo ha fatto lavorare come muratore, come schiavo, sorvegliato a vista col fucile. Tre-quattro mesi, poi riesce a scappare arriva a Zuara, ma anche qui 'io ed altri migranti che eravamo in cerca di lavoro, venivano nuovamente catturati dai banditi di Asma Boys'.

Erano tutti senza documenti, e sono stati venduti alla polizia, che li porta a Tagiura, e li rinchiude in un capannone, oltre 100 migranti, divisi in reparti, controllati a vista. C'erano anche donne e bambini: 'Sostanzialmente era una prigione della polizia libica'. E 'presso questa ultima struttura, malgrado c'erano funzionari dell'Oim, la stragrande maggioranza di noi migranti pativa la fame e la sete. Nessuno veniva curato e quindi lasciato morire in assenza di cure mediche. Personalmente ho assistito alla morte di tanti migranti non curati. Molti di noi aveva malattie alla pelle. Se qualcuno di noi reclamava qualche diritto veniva sistematicamente picchiato. In questa ultima prigione sono stato detenuto per circa un mese'.

Poi la polizia libica lo cede all'organizzazione criminale che gestisce l'ex base militare di Zawyia e ancora 'torture, così come avveniva per altre centinaia di migranti. 'Le condizioni di vita all'interno di questo carcere - racconta - erano dure. Ci davano da mangiare solo una volta al giorno e ciò non bastava per placare la nostra fame, mentre l'acqua era razionata e non era affatto potabile, poiché bevevamo l'acqua del bagno. Tutti i giorni venivamo, a turno, picchiati brutalmente dai nostri carcerieri. Dovevamo pagare il riscatto per la nostra liberazione. La somma richiesta si aggirava a circa 1000-1500-2000 euro. In caso contrario erano botte e torture. I carcerieri erano spietati. Il capo dei carcerieri si chiama Ossama': lo descrive: adulto, muscoloso, con ampia stempiatura, capelli brizzolati, vestiva in abiti civili ed aveva delle pistole sempre al seguito, ed 'è il più spietato. Egli era che decideva su tutto. Picchiava, torturava chiunque, utilizzando anche una frusta. A causa delle torture praticate OSAMA si è reso responsabile di due omicidi di due migranti del Camerun, i quali sono morti a causa delle ferite non curate. Anche io, inauditamente e senza alcun pretesto, sono stato più volte picchiato e torturato da Ossama con dei tubi di gomma, che mi hanno procurato delle vistose e doloranti lesioni in più parti del corpo. Tanti altri migranti subivano torture e sevizie di ogni tipo'. D. dopo 3 mesi riesce a scappare approfittando di un alluvione.

C'è chi racconta di essere riuscito anche ad imbarcarsi, insieme ad altri migranti, ma l'imbarcazione era 'subito intercettata dalla polizia libica che ci conduceva nuovamente a terra per, poi, imprigionarci a Zawyia' e portati in quella prigione, non lontano dal mare, con diverse centinaia, uomini, donne e bambini di varie nazionalità. Con le alte mura, dove ogni giorno rieccheggiavano 'colpi d'arma da fuoco sparati a distanza ravvicinata'. Dove per bere solo l'acqua salmastra e sporca dei bagni e ogni giorno a turno, i migranti erano picchiati brutalmente dai carcerieri. E c'è anche chi ha pagato per andarsene ed è stato nuovamente catturato e riportato nel medesimo luogo per poi pagare una seconda volta per la sua definitiva liberazione.

I racconti nelle carte dei magistrati si susseguono, descrivono torture e morte: 'Ho visto morire tanta gente', alcuni deceduti a causa delle ferite non curate, subite durante le violenze nei loro confronti'. Qualcuno è morto di fame. E c'è chi in quel carcere ha perso qualcuno che amava e ha lasciato qualcuno che vuole liberare: 'Con me all'interno di quel carcere un'altra mia sorella, purtroppo è deceduta li dentro a causa di una malattia non curata. Mia sorella aveva al seguito le due figlie di 7 e 10 anni che sono ancora detenute li dentro', e - ricorda - 'ho visto molte donne che venivano spesso violentate da Ossama e dai suoi seguaci'.