TPP in ballo dopo cambio guardia a Washington, GB ha chiesto adesione

Red
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Roma, 1 feb. (askanews) - Il cambio al timone a Washington potrebbe riaprire una partita che sembrava chiusa dopo che Donald Trump aveva sbattuto la porta: il Partenariato trans-Pacifico (TPP). Sembra averlo ben capito il Regno unito, ormai uscito dall'Unione europea, che nella ricerca di canali commerciali globali ha ufficialmente chiesto oggi l'accesso nello spin-off del Tpp, la Comprehensive and Progressive Trans Pacific Partnership. La ministra al Commercio internazionale britannica Liz Truss ha annunciato oggi via Twitter di aver formalmente chiesto l'ingresso nell'accordo commerciale a Yasutoshi Nishimura - ministro con la delega al maxi-accordo commerciale nonché presidente di turno della commissione per il TPP di quest'anno - e al ministro del Commercio e della Crescita economica della Nuova Zelanda, paese che funge da depositario delle documentazioni dell'accordo. Il TPP nacque come idea all'inizio del XXI secolo per riunire alcune delle più grandi economie sulle due sponde del Pacifico in un accordo commerciale ampio, che escludendo la Cina, metteva assieme il 40 per cento del Pil mondiale. Capofila dell'accordo erano gli Stati uniti e il Giappone. Nel 2016, dopo una lunga e controversa negoziazione, si arrivò alla firma di un accordo a Auckland. Ma l'anno seguente il nuovo presidente Usa Donald Trump, sconfessando il suo predecessore Barack Obama, lasciò l'accordo a soli tre giorni dall'entrata in vigore e inaugurò le sue politiche protezionistiche. Restarono così 11 paesi legati all'accord, che avviarono una nuova negoziazione per riuscire comunque ad avere un'area di libero scambio di tutto rispetto. Principale motore dell'iniziativa fu il Giappone, assieme all'Australia e alla stessa Nuova Zelanda. Così, l'8 marzo 2018 fu firmata ka Comprehensive and Progressive Agreement for Trans Pacific Partnership (CPTPP, conosciuta anche come TPP-11). I paesi sottoscrittori sono: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Perù, Nuova Zelanda, Singapore e Vietnam. L'accordo è entrato in vigore a dicembre 2018 e include il 13 per cento del Pil mondiale, con l'abolizione tra i paesi aderenti del 95 per cento dei dazi. A novembre dello scorso anno, poi, la stessa Cina per bocca del presidente Xi Jinping ha detto di vedere "con favore" un'adesione al TPP. Ma probabilmente si è trattato di una richiesta più che altro tattica, nel tentativo di coprire il vuoto lasciato dagli Stati uniti, in quel momento impegnati in un'incerta transizione politica. D'altronde, il TPP pone dei vincoli a difesa del libero commercio e della tutela del copyright che potrebbero essere difficili da rispettare per Pechino, la quale è già partner nella RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership) meno rigida su questi temi. L'arrivo della Gran Bretagna nel TPP, se approvato, oltre a far salire di un ulteriore 3 per cento l'aliquota del Pil mondiale che si trova dentro il TPP (dal 13 al 16 per cento), potrebbe rappresentare un precedente importante in vista di un altro possibile grande rientro, quello degli Stati uniti. D'altronde Joe Biden, il nuovo presidente americano, era il vice di Obama quando questi firmò il il TPP nella prima versione. Adesso la palla è in mano al Giappone, che attraverso Nishimura dovrà proporre alla Commissione della CPTPP l'adesione di Londra, per la quale sarà necessaria l'unanimità dei paesi sottoscrittori l'accordo. "Noi speriamo - ha twittato il ministro nipponico - il Regno unito mostri la sua forte determinazione per allinearsi ai vincoli di alto livello del CPTPP".