Tra aura e immaginario collettivo pop: Jeff Koons allo specchio

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Firenze, 30 set. (askanews) – E’ uno degli artisti più famosi al mondo, una superstar del sistema globale, nonché una sorta di marchio di fabbrica. Amato e criticato, talvolta giudicato più per sentito dire che per esperienza diretta, Jeff Koons arriva a Palazzo Strozzi a Firenze con una mostra importante, che ripercorre 40 anni di carriera e mette in scena diversi momenti del suo lavoro che, senza dubbio, ha avuto grande rilevanza e influenza, oltre ad avere toccato quotazioni stratosferiche. Elegante, sorridente, impeccabile, Koons si muove e parla con l’aura di un divo.

‘E’ meraviglioso essere a Firenze – ha detto ai cronisti – una città magica. Non potrei essere più felice di stare qui a Palazzo Strozzi… basta guardarsi intorno’.

E intorno c’è una sua grande scultura, la ‘Baloon Monkey’ che domina il cortile del Palazzo fiorentino e fa da antipasto alla mostra ‘Shine’, curata da Arturo Galansino e Joachim Pissarro. Un progetto coltivato per anni e che rappresenta per Firenze anche un ulteriore passo verso un diverso modo di percepirsi. Aspetto sottolineato anche dal sindaco Dario Nardella. ‘La città – ha detto in conferenza stampa – si è completamente aperta ai linguaggi contemporanei facendo un grande sforzo: quello di scrollarsi di dosso il complesso di inferiorità rispetto al proprio passato’.

Il tema del modo in cui si guarda a se stessi, riflettendosi per esempio nelle grandi sculture scintillanti di Koons è uno dei punti chiave dell’intero progetto, una sottile linea rossa che, comunque la si pensi, toglie alla monumentalità di certi lavori dell’artista gran parte della possibile ridondanza, e quindi, in un certo senso, ribalta delle prospettive.

‘Il risplendere – ha detto Jeff Koons – ha a che fare con l’auto accettazione, per me, e una volta che impari ad accettare te stesso sei pronto per andare nel mondo e accettare gli altri e avere una vita più significativa’.

L’aura del divo, si diceva poco fa, ma anche l’aura dell’arte, di una certa forma di pop che ha saputo, forte della lezione di Duchamp e Warhol, sfruttare al massimo la riproducibilità, quell’elemento che, secondo Walter Benjamin, aveva portato proprio alla perdita dell’aura. Stando di fronte a un grande, grandissimo Baloon Dog è difficile dire se quella che percepiamo sia l’aura, ritornata, oppure solo l’adesione a un immaginario collettivo ormai radicato. E’ però probabile che la domanda non abbia molto senso, perché quello è il nostro immaginario e un artista come Koons lo ha capito e lo ha forgiato.

‘L’arte mi ha insegnato a essere in grado di trovare qualcosa di più grande di me stesso – ha detto ancora Koons, con una serenità quasi eccessiva – a fare una vera esperienza dell’amore e a trasmetterla alle persone. Ogni giorno mi insegna a praticare l’accettazione, ad accettare le cose e a rimuovere i giudizi e le discriminazioni’.

Giudizi che non mancheranno, naturalmente, sulla sua mostra, ma che devono tenere conto anche del percorso, della tenacia con cui Koons ha guardato tanto ai capolavori dell’arte del passato quanto alla nostra natura di consumatori e attori del presente, che, per esempio, prende la forma dei continui autoscatti con le opere alle nostre spalle. Ecco, forse il significato più attuale dell’idea di ‘Shine’ è nel fatto che i lavori dell’artista riflettono noi stessi nel momento in cui ci stiamo riflettendo in uno schermo. Colgono quel momento sfuggente ed essenziale, lo fissano e ci lasciano nudi davanti a ciò che siamo. Ma spesso lo fanno con la naturalezza dell’arte classica, con la stessa assenza di giudizio, per dire, di un apollo ellenistico, meraviglioso e freddo.

Una grande mostra, poi ha bisogno anche di sostenitori, come il main partner Intesa Sanpaolo, rappresentata a Firenze da Michele Coppola. ‘Credo che in Italia tutte le imprese solide, tutte le imprese profittevoli – ci ha detto il direttore Arte, Cultura e Beni storici del gruppo bancario – debbano in qualche modo immaginare di essere promotori di arte e di cultura, è un elemento di crescita, senza dubbio, anche dal punto di vista occupazionale, dal punto di vista professionale. E questa è una chiave di lettura interessante che ha a che fare con il momento di ripartenza che noi stiamo vivendo in questo momento’.

L’ultima chiave di lettura che possiamo immaginare per la mostra, invece, prova a portarci ancora da un’altra parte, dove lo ‘Shine’ è meno evidente, dove la realtà sembra giocare un ruolo più forte, come nel memorabile ‘One Ball Total Equilibrium’ del 1986, quella palla da basket così radicata nella cultura americana, oppure nelle spugne colorate del 1978, che forse anticipano – dieci anni prima – parte dell’estetica degli arrabbiati giovani artisti britannici. Qui la patina di luccicanza non c’è, eppure c’è il resto, c’è il senso di una ricerca; c’è, forse, il segreto di Jeff, prima di diventare Koons.

(Leonardo Merlini)

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