Trattativa Stato-mafia, Atto II. Dell'Utri in Aula: "Mi sento come un turco alla predica"

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A sinistra la fotocopia del papello di Riina (rivelatosi poi un falso), al centro Marcello Dell'Utri e Mario Mori, a destra il momento della pronuncia della sentenza di primo grado (Photo: ANSA)
A sinistra la fotocopia del papello di Riina (rivelatosi poi un falso), al centro Marcello Dell'Utri e Mario Mori, a destra il momento della pronuncia della sentenza di primo grado (Photo: ANSA)

Trattativa Stato-mafia, atto secondo. È iniziata oggi, dopo l’ultima udienza, la camera di consiglio che porterà alla sentenza d’appello su uno dei processi più discussi degli ultimi anni. Il verdetto arriverà nei prossimi giorni. Se confermerà l’impianto del primo grado, ribadirà che la “trattativa” - semplificazione dietro cui si nasconde l’ipotesi del reato di violenza o minaccia a un corpo dello Stato - tra pezzi di istituzioni e Cosa nostra c’è stata. Se sconfesserà il precedente giudizio, si apriranno altri scenari. E - nell’attesa della Cassazione - si instillerà il dubbio che la tesi sostenuta dalla procura di Palermo e avallata dalla prima corte, in realtà non era poi così solida.

I fatti di cui si discute a Palermo si sarebbero svolti tra il ’92 e il 94. Alcuni degli anni in cui la mafia ha fatto più male al nostro Paese. In sostanza lo schema, secondo i giudici di primo grado, era questo: Cosa Nostra si sarebbe impegnata a porre fine alla stagione delle stragi e, in cambio, lo stato avrebbe allentato il regime del 41 bis.

La corte d’Assise di Palermo nelle oltre 5200 pagine della sentenza di primo grado, depositate a luglio 2018, tre mesi dopo la pronuncia del verdetto, affermava che questa trattativa c’era stata e ne spiegava le dinamiche. Dieci erano gli imputati, di questi due sono stati assolti, uno col rito abbreviato e l’altro nell’ordinario. Bernardo Provenzano e Totò Riina - ritenuti tra i protagonisti del patto -, invece, quando il verdetto fu pronunciato erano già morti.

Il giudice ha inflitto 28 anni al boss Leoluca Bagarella, 12 all’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, agli ex ufficiali del Ros dei carabinieri
Mario Mori, Antonio Subranni e al boss Antonino Cinà. Otto anni, invece, per l’ex Ros Giuseppe de Donno per Massimo Ciancimino. Per Brusca è stata dichiarata la prescrizione. Stessa conclusione anche per Ciancimino, durante il processo d’appello: il figlio dell’ex sindaco di Palermo, Vito, rispondeva di calunnia aggravata e concorso in associazione mafiosa. Dell’Utri, presente oggi in Aula, ha affermato di sentirsi “come un turco alla predica” e di non aver capito nulla di ciò che aveva sentito durante le udienze. “La procura generale ci ha lungamente intrattenuto su una analisi sociologica, non ha citato fatti, non ha citato documenti e testimonianze relative a questo processo”, ha attaccato il suo legale. Dal canto suo, la procura generale ha chiesto al giudice di confermare le condanne di primo grado.

Nell’elenco degli imputati, ma per il reato di falsa testimonianza, c’era anche l’ex ministro dell’interno Nicola Mancino che è stato assolto “perché il fatto non sussiste”. La Procura non aveva presentato appello e quindi l’assoluzione è diventata definitiva. Per la presunta Trattativa è stato, infine, processato separatamente, con il rito abbreviato l’ex ministro Dc Calogero Mannino. Che è stato scagionato. Un’assoluzione, quest’ultima, definita di “assoluta illogicità” dall’accusa, che lo considerava il motore della trattativa. Ma i giudici, nel motivare questa decisione, sono stati piuttosto chiari: “Non è stato affatto dimostrato che Mannino era finito anch’egli nel mirino della mafia a causa di presunte ed indimostrate promesse non mantenute (addirittura quella del buon esito del primo Maxiprocesso), ma anzi, al contrario, è piuttosto emerso dalla sua sentenza assolutoria che costui fosse vittima designata della mafia proprio a causa della sua specifica azione di contrasto a Cosa nostra ”. Chi ha sempre avuto dubbi sulla reale esistenza della trattativa - o quantomeno sulla rilevanza della stessa - non ha potuto non far notare l’incoerenza tra questo verdetto e quello del rito ordinario.

Un’altra sentenza che dice qualcosa non tanto sull’effettiva esistenza della trattativa, ma sulle sue reali conseguenze è l’appello del Borsellino quater. Si tratta del processo, lo ricordiamo, con il quale è stato appurato il depistaggio successivo alla morte del giudice Paolo Borsellino. Ora, la decisione di secondo grado ovviamente non può entrare nel merito della trattativa, essendo un altro l’oggetto, però spiega con una certa chiarezza che l’omicidio del magistrato non avvenne certamente perché si era opposto a un tentativo di patto tra mafia e Stato. Paolo Borsellino e la sua scorta furono uccisi, si legge nelle oltre 300 pagine depositate all’inizio del 2021, per “vendetta e cautela preventiva” nei confronti del giudice. Vendetta rispetto al maxi processo. “Cautela preventiva” rispetto al lavoro che stava facendo. Sul dossier Mafia-appalti in primis.

Interessante notare come è nato il processo sulla trattativa: Massimo Ciancimino consegnò ai magistrati un foglio con le richieste che Riina avrebbe scritto e rivolto allo Stato. Il celeberrimo papello, di cui è stata mostrata anche una foto. Ne aveva parlato anche Brusca, precisando di non averlo mai visto. Riina aveva di non aver mai scritto quelle righe. E dopo anni e anni è stato dimostrato che questo fantomatico papello era un falso, non la prova regina della trattativa. Non a caso Ciancimino è stato condannato per calunnia in primo grado (poi prescritto).

Per i giudici che nel 2018 hanno deciso per l’esistenza della trattativa però, l’impianto accusatorio non aveva ragione di cadere. La corte, infatti, ha ritenuto il papello falso, ma vere le richieste di Riina. Formulate, evidentemente, in qualche altro modo. Tra pochi giorni si capirà se la corte d’Appello è della stessa idea.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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