Trattativa sui soldi alle imprese

Palazzo Chigi (Photo: Ansa )

Le porte di palazzo Chigi si aprono poco dopo le undici. Giuseppe Conte nel suo studio, ad attendere il titolare del Tesoro Roberto Gualtieri e Fabrizio Palermo, l’amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti. Un vertice a tre urgente. Bisogna fare in fretta perché le imprese sono lì a martellare ogni minuto, a dire che servono soldi per fronteggiare l’emergenza. E servono subito. Il governo lo sa, ma il decreto che deve erogare i soldi si è inceppato. I grillini e i renziani vogliono alzare l’asticella delle garanzie che lo Stato metterà sui prestiti. E poi c’è il nodo di chi deve emettere queste assicurazioni. Qui la traccia del diverbio è tra il ministro dell’Economia e i penstastellati. Il primo vuole che sia Sace, controllata da Cdp, i grillini non ne vogliono sentire parlare. 

Si consuma in un vertice domenicale, nell’atmosfera sospesa creata dal virus, il passaggio cruciale di un provvedimento atteso sul tavolo del Consiglio dei ministri tra stasera e lunedì mattina. La convocazione della riunione ancora non c’è perché prima il decreto bisogna chiuderlo e poi finire di scriverlo. Impossibile se prima non si trova una sintesi che è economica sì, perché tira in ballo percentuali e ruoli di distribuzione, ma anche politica. La questione più calda è quella di Sace. Gualtieri vuole tirarla dentro il Tesoro, ma i grillini fin da sabato hanno alzato un muro. Luigi Di Maio e i suoi vogliono presiedere quello che ritengono un loro fortino. La nomina di Palermo fu voluta dai 5 stelle in tal senso, anche se il manager ha da subito dimostrato di muoversi nell’interesse esclusivo della Cassa. Non si può dire, quindi, che sia un uomo dei 5 stelle. Ma è il Movimento a continuare a leggere la sua nomina in questa chiave. E non solo. “Il punto centrale è che vogliono indebolire Cdp perché se gli togli Sace, gli togli tanto”, rivela una fonte di governo M5s di primissimo livello a Huffpost. 

Conte vuole vederci chiaro e per questo ha convocato il vertice a Chigi. Gualtieri vuole portare Sace sotto il capello di via XX settembre per rendere più fluida la distribuzione della liquidità alle imprese. La portata in gioco è elevatissima: dieci miliardi sul piatto per un effetto leva da 200 miliardi di prestiti garantiti. L’impresa va dalla banca, che eroga il prestito. Se non riesce a restituirlo allora subentra la garanzia dello Stato. Fino al 100% per i prestiti fino a 800mila euro, al 90% per gli altri. E qui si innesta l’altro nervo scoperto della partita. Italia Viva e gli stessi grillini chiedono di portare tutto al 100 per cento. Fanno leva sulla decisione di Bruxelles, che appena venerdì ha autorizzato ad allargare le maglie. Ma una garanzia al 100% per tutti i prestiti significa alzare i costi per lo Stato. Le garanzie, infatti, non possono avvalersi di un’espansione ulteriore del deficit, quindi di una nuova concessione dell’Europa, ma vanno caricate sul saldo netto da finanziare. Si tratta. Durante il vertice, il nodo viene sciolto: garanzie totali per tutti. Ma è sul futuro di Sace che affiora un tratto che neppure l’emergenza ha cancellato, quello della litigiosità interna alla maggioranza. 

 

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