Trattato del Quirinale, una colonna portante nel cantiere europeo

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(Photo: Antoine Gyori - Corbis via Getty Images)
(Photo: Antoine Gyori - Corbis via Getty Images)

Che differenza c’è tra la politica europea e il campionato di calcio? Nessuna, sembra proclamare qualche cultore della materia. In entrambi i casi si tratta di sconfiggere gli avversari e di aggiudicarsi lo scudetto. Alla fine solo uno può vincere, gli altri perdono e qualcuno è perfino retrocesso. A ben vedere però le cose non stanno così. Da più di sessanta anni la costruzione europea, pur con tutte le sue imperfezioni, dimostra che gli avanzamenti, quando ci sono, toccano tutti i soci del progetto e che se l’interesse è comune lo si può realizzare meglio con un’azione comune anziché individuale. Non è un auspicio da anime pie, è la constatazione dei possibili meriti e dei limiti del cantiere europeo sulla base dell’esperienza di decenni.

A quattro anni dall’avvio dei primi contatti che ne gettarono le basi su impulso di Paolo Gentiloni e Emmanuel Macron, Italia e Francia firmano ora un importante accordo bilaterale. Il trattato del Quirinale archivia le incomprensioni e gli attriti degli anni scorsi tra Roma e Parigi e apre, nelle intenzioni dei due governi, una nuova fase di collaborazione di mutuo interesse. La struttura dell’intesa è promettente, articolata in undici capitoli tematici (da Esteri a Difesa, Migrazioni, Sviluppo economico, Transizione ecologica e altro) e in un separato programma di lavoro (feuille de route) con una serie di iniziative concrete. Finora l’unico appuntamento fisso è stato il vertice bilaterale dei capi di governo, peraltro aperto alla partecipazione di diversi ministri, al pari del periodico Consiglio dei ministri congiunto franco-tedesco in funzione da molti anni.

In sostanza, il trattato tra Italia e Francia crea meccanismi di consultazione periodica in ogni settore, attraverso cui verificare i rispettivi interessi, superare eventuali divergenze, promuovere possibili sinergie. L’intesa riconosce l’utilità del coordinamento e introduce un’allerta preventiva su eventuali criticità (early warning) per mettere a fuoco passi utili in dialoghi ravvicinati, piuttosto che in confronti a distanza. Certo, una cosa sono le carte firmate, un’altra la realtà, tuttavia non è scontato concordare almeno regole di procedura che favoriscano la composizione degli interessi.

Alla firma dell’accordo si è giunti attraverso un lungo negoziato diplomatico, congelato per più di un anno durante il Governo giallo-verde che era più incline allo scontro che alla trattativa con Parigi. Poi, chiusa la triste stagione del corteggiamento dei gilet gialli e del nervosismo per i migranti a Bardonecchia e superato il punto più critico da decenni nelle relazioni con i cugini d’oltralpe, il lavoro è ripreso con impegno e ha dato i suoi frutti, nonostante il rallentamento francese nella prima metà dell’anno scorso. L’Italia ha fatto la sua parte, negoziando con trasparenza e tempestività, e oggi ha ragione di essere soddisfatta del risultato. Per la ratifica ora l’accordo passa all’esame del Parlamento, che ne potrà valutare a pieno le implicazioni, non solo bilaterali ma anche sul piano europeo. Sì, perché anche il suo significato in termini europei, con l’assestamento in corso, dovrebbe essere ben ponderato.

Senza scomodare il futuro dell’Europa e la nebulosa conferenza che se ne dovrebbe occupare, il suo presente mostra già qualche indizio di movimento, forse una nuova, salutare spinta a serrare i ranghi con più coesione e maggiore solidarietà, se meritata. La Germania sta per varare il suo nuovo governo, la Francia tra un mese assume la presidenza dell’Ue e in primavera affronta le elezioni, l’Italia oscilla sui suoi passi interni ma guarda con crescente realismo all’Europa. È soprattutto intorno a questi tre Paesi che si muoverà la politica europea nei prossimi mesi. Il rapporto franco-tedesco è un dato di fatto, consolidato sin dall’era di de Gaulle e Adenauer. Tra Italia e Francia c’è un nuovo quadro di cooperazione. È giusto puntare, come si sta già facendo, a chiudere il terzo lato del “triangolo” con una rinnovata intesa italo-tedesca.

Il trattato del Quirinale si inserisce in una cornice europea. Non è stato concepito per escludere o contrastare altri partner, tanto meno la Germania, così centrale e imprescindibile per Parigi come per Roma. I due governi e i negoziatori non sono stati neanche sfiorati dall’idea di dar vita a un congegno anti-tedesco, tanto che Berlino vede con favore l’intesa italo-francese. Insomma, oggi in Europa nessuno vince più da solo, non stiamo parlando di un campionato di calcio e nemmeno di risiko. La nostra partita è più complessa.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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