Travolti dai libri, senza rispetto per un mestiere difficilissimo

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(Photo: Alexander Spatari via Getty Images)
(Photo: Alexander Spatari via Getty Images)

Sarà che sono sotto l’impressione di un magnifico articolo di Michele Masneri sul “Foglio” di ieri, certo è che non me ne do pace. Del fatto che in un Paese che definire di semianalfabeti non è affatto una boutade, dato che è statisticamente accertato che il 70 per cento degli italiani non è in grado di intendere l’editoriale di prima pagina di un quotidiano, vengano pubblicati ogni anno qualcosa in più di 75mila libri. (Uno dei grandi giornalisti italiani da prima pagina degli anni Sessanta e Settanta, Enzo Forcella, valutava in 1500 lettori il suo pubblico. Con la squassante crisi dei giornali di carta oggi sarebbero di meno). Ricevo purtroppo non sporadiche telefonate di gente che ne ha scritto uno e vorrebbe che io lo leggessi per poi aiutarli a trovare un editore. Di quei 75mila libri oltre la metà non vende una sola copia, e dunque non ha alcun altro lettore che non siano i parenti dell’autore. Nessuno che non sia particolarmente esperto si azzarda a cucinare una pizza, un mestiere difficile ma non difficilissimo; sono orde quelli che si avventano sui tasti di una macchina per scrivere o di un computer a comporre un libro, a metter giù soggetto predicato e complemento, un mestiere che appare facile e che è invece difficilissimo.

Già la dizione di “libri” se riferita indistintamente a tutto ciò che ha una copertina e poi delle pagine battute a stampa è ai miei occhi fuorviante. Una volta che usi quella dizione per oggetti siffatti quando portano la firma di Stendhal o di Dostoesvskij, non è che quella dizione la puoi usare a cuor leggero per il libro di memorie di Serena Grandi di cui racconta Michele Masneri. È del tutto evidente che sono oggetti diversissimi e che andrebbero connotati da denominazioni diversissime. Quando entro per la prima volta in una casa privata, subito vado a guardare quali siano i libri riposti sugli scaffali della libreria, e naturalmente poco importa se siano 30 o 300, conta quali siano quei libri. Non dimentico quel paio di volte che nella libreria da me scrutata c’erano solo titoli di quelli che stanno in cima alle classifiche e di vendita. Sono libri anche quelli, mi direte. O forse sono piuttosto oggetti di facile consumo, beninteso senza volere offendere nessuno.

No, scrivere libri è difficilissimo. Ci vuole ostinazione nell’aver scavato le zolle da cui sgorga il racconto, cultura non banale e non piaciona, senso della qualità musicale della frase, altro che soggetto predicato e complemento. Scrivere è una strada tutta in salita, quanto di più irta. Altro che quello che è successo ai parlamentari dei Cinque stelle, gente che prima di essere cliccati una cinquantina di volte sul micidiale ingranaggio digitale creato da Casaleggio non aveva mai fatto alcun lavoro né avuto alcuna retribuzione da mettere nella dichiarazione dei redditi. Tutti o quasi dei perditempo che stavano ad azzannare il nulla, esaltati com’erano dai “vaffa” pronunziati un po’ dappertutto lungo lo stivale da Beppe Grillo. Sono entrati in Parlamento, e ancora. Alcuni di loro sono divenuti ministri, e ancora ancora. Alcuni degli ex ministri si sono messi a scrivere libri. E questo no, non glielo si può perdonare. No.

Sto leggendo il diario che uno scrittore rumeno ebreo, Mihail Sebastian (nato nel 1907, investito a morte da un autobus il 29 maggio 1945) ha redatto quasi giorno per giorno dal 1935 al dicembre 1944. Racconta quel di selvaggio che succedeva agli ebrei al tempo delle Guardie di ferro e dei loro squadroni di assassini. Ma racconta innanzitutto la genesi dei racconti o delle opere teatrali cui stava dedicando la sua vita: il parto di ciascuna pagina di quei libri, le cancellature e di nuovo le cancellature, il numero di pagine eruttato ogni giorno e senza che a lui non sembrassero fiacche e irrilevanti. Quella disperata ricerca di un tono del racconto che fosse musicale, quella strada tutta in salita da percorrere danzando.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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