Tre uomini e una farsa

Alessandro De Angelis
conte di maio e salvini

In quest’orgia di parole, ricorriamo alle immagini. Ecco la prima: Giuseppe Conte, solito eloquio pomposo e ridondante, tra inglesismi, latinismi, e citazioni di commi e cavilli, utilizza la sua arringa per parlare a nuora (Salvini), perché suocera (Di Maio) intenda (leggi qui). Più volte, seduto alla sua destra, il ministro Gualtieri applaude. Mai lo fa, seduto alla sua sinistra, il capo dei Cinque stelle, che oggi chiede modifiche a quel Mes su cui tacque allora, ai tempi del governo gialloverde. Momento topico. Sentite qui l’avvocato del popolo, avvocato di due governi opposti, in definitiva avvocato di se stesso, sempre innocente con buona pace del principio della responsabilità politica del governo nella sua collegialità: “Come risulta da convocazioni formali, numerose sono state le riunioni in cui ministri, vice e sottosegretari si sono confrontati su questa materia”. La suocera, imbarazzata, tace. Borghi gli urla in faccia: “Di Maio, dimettiti”.

Poche ore dopo, ecco la seconda istantanea. Al Senato, quando interviene Salvini, il capo dei Cinque stelle non c’è, sottraendosi al ruolo di bersaglio, perché in fondo la pensa come l’opposizione di oggi, che fu governo allora quando non disse niente sull’impianto del Mes, per come veniva negoziato. Nell’assenza si materializza il cuore del problema. Perché l’opposizione è dentro, non fuori. E infatti non è l’unico assente. Il leader della Lega indica i banchi della maggioranza: “Guardi là, signor Conte. Mentre lei parlava mancavano sessanta senatori della maggioranza. Questo vorrà dire qualcosa”.

Sono le foto di una sorta di nuovo 20 agosto – Conte contro Salvini, Salvini contro Conte, Di Maio che sta con Conte, ma vorrebbe stare con Salvini – ma stavolta senza dramma, e anche senza prospettiva, speranza, eterno “prima” in cui non c’è un dopo. Un remake farsesco di tre uomini ancora profondamente intrecciati l’uno all’altro e inchiodati allo stesso...

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