Tripoli chiede soldati. Stoccate tra Mosca e Ankara

Fabio Greco

Il quadro libico è vicino a una svolta, che non sembra lasciare spazi alle buone intenzioni della Conferenza di Berlino, la cui data non è ancora stata fissata, e mostra quanto le armi siano più veloci della diplomazia: Tripoli ha chiesto aiuto militare contro Khalifa Haftar, Ankara si dice ancora una volta pronta a far partire i soldati, Bengasi avverte che colpirà chiunque voglia affiancarsi ai turchi, compresa l'Italia.

È stato il presidente del Consiglio presidenziale del governo dell'Accordo nazionale, Fayez Al-Serraj, a inviare lettere ai leader di cinque paesi, Stati Uniti, Regno Unito, Italia, Algeria e Turchia, chiedendo loro di "attivare gli accordi di cooperazione in materia di sicurezza per respingere l'aggressione contro Tripoli di tutti i gruppi armati che operano al di fuori della legittimità dello Stato, al fine di mantenere la pace sociale e raggiungere la stabilità in Libia".

Serraj - che non ha scritto alla Francia, spesso sostenitrice di Haftar - ha anche esortato i cinque Paesi a "cooperare e coordinarsi con il governo di riconciliazione nazionale nella lotta alle organizzazioni terroristiche", comprese quelle jihadiste, "per le quali l'aggressione ha creato un'opportunità per tornare in Libia, dove le loro attività sono aumentate" da quando è cominciata l'offensiva.

La lettera contiene anche un invito a intensificare la cooperazione nella lotta all'immigrazione clandestina e nella lotta alla criminalità organizzata e ai trafficanti di esseri umani. "Chiunque offrirà supporto alla Turchia in Libia verrà distrutto", ha reagito Ahmed Al-Mesmari, portavoce dell'Esercito nazionale libico (Lna) guidato dal generale della Cirenaica che lo scorso aprile ha lanciato un'offensiva per la conquista della capitale libica.

Roma insiste sulla soluzione diplomatica

Roma, che sta tentando di mediare tra Serraj e Haftar e di recuperare il terreno perduto nel recente passato, insiste sulla soluzione diplomatica, nell'attesa che l'uomo forte della Cirenaica arrivi in Italia "nelle prossime settimane", come annunciato dal capo della Farnesina, Luigi Di Maio, al suo rientro da una visita nel Paese africano compiuta martedì scorso.

"La soluzione alla crisi libica può essere solo politica, non militare. Per questo motivo continuiamo a respingere qualsiasi tipo di interferenza, promuovendo invece un processo di stabilizzazione che sia inclusivo, intra-libico e che passi per le vie diplomatiche e il dialogo", hanno fatto sapere fonti del ministero degli Esteri dopo la lettera di Serraj, mentre l'Unione Europea chiede a tutti gli attori della crisi in Libia di "evitare di alimentare le tensioni e aumentare le iniziative militari e di ridurre ogni azione che possa portare all'escalation e allo scontro militare".

Tensioni tra Russia e Turchia

Preoccupata è anche la Russia, in pressing per riportare alla ragione Recep Tayyip Erdogan, che oggi ha accusato "Egitto, Abu Dhabi, Francia e persino Italia di legittimare Haftar". "Finché non sarà risolto il conflitto, un intervento militare esterno può solo portare a una complicazione della situazione", ha affermato Mosca mettendo sull'avviso delle conseguenze di una escalation: "E come reagiranno i Paesi vicini? Ci sono anche delle risoluzioni, decisioni, l'embargo sulle armi. Ci sono - ha aggiunto una fonte del ministero degli Esteri - moltissime questioni".

E se per trovare aiuti Serraj li cerca anche in Cecenia ottenendo da Ramzan Kadyrov la "proposta di trasferire esperienze nella soluzione dei conflitti e nella lotta al terrorismo", proprio a Mosca si rivolge con una velata minaccia il presidente turco, riferendosi ai mercenari di Mosca presenti sul terreno libico: "Sfortunatamente si tratta di un gruppo creato dalla Russia, ma che non ha la Russia tra i suoi membri, esattamente come sapete che gli Stati Uniti hanno agito in Afghanistan, attraverso mercenari. Si tratta del gruppo Wagner: agiscono come mercenari a sostegno dell'esercito di Haftar. La Turchia ovviamente non rimarrà in silenzio e faremo tutto quanto in nostro potere".