Trump e i militari, storia di un disamore

Giulia Belardelli
·Giornalista, HuffPost
·6 minuto per la lettura
(Photo: BRENDAN SMIALOWSKI via Getty Images)
(Photo: BRENDAN SMIALOWSKI via Getty Images)

Alle urne la maggior parte delle forze armate è pronta a girare le spalle a Donald Trump. Secondo un sondaggio di Military Times, per la prima volta nella storia recente le truppe americane preferiscono un democratico a un repubblicano: in questa particolare categoria di elettori, composta da militari in servizio e veterani, il 41% sostiene Joe Biden, mentre solo il 37% auspica un secondo mandato di Trump. Quattro anni fa, per intenderci, un sondaggio analogo attribuiva al repubblicano un vantaggio di oltre 20 punti percentuali su Hillary Clinton. Trump, malgrado i suoi modi poco istituzionali, era atteso come un’iniezione di soldi e prestigio dalle forze dell’ordine. Quattro anni dopo quella spinta non si è solo esaurita, ma ha cambiato di segno.

La storia dell’allontanamento, per non dire del disamore, tra il commander-in-chief e le sue truppe è fatta di tanti piccoli dissapori quotidiani. Uno degli ultimi riguarda il voto per posta, modalità storicamente usata dai soldati oltreoceano, finito quest’anno nel mirino del presidente con l’accusa di alimentare il rischio di frodi elettorali. “Per gli ufficiali militari schierati all’estero, le schede elettorali per corrispondenza sono sempre state l’unico modo di votare e la legge federale ne consente il conteggio anche in ritardo rispetto al giorno delle elezioni”, spiega Shirish Date di HuffPost Usa, corrispondente senior della Casa Bianca. “Ciò non cambierà questa volta, ed è improbabile che le truppe oltremare credano che Trump si riferisca alle loro schede quando attacca il voto per posta in generale”. Su questo come su altri temi, ciò che sembra infastidire di più gli uomini e le donne in divisa è il modo di comunicare di Trump, frutto di un’incorreggibile allergia alle regole.

Negli ultimi mesi Trump si è vantato più volte di aver fatto “più di qualsiasi altro presidente per aiutare le nostre forze armate”, per “rafforzare i bilanci”, “aumentare gli stipendi”, “fornire mezzi ed equipaggiamenti nuovi di zecca”. Ma ciascuna di queste affermazioni – osserva Date - è nel migliore dei casi un’esagerazione, nel peggiore una bugia. “Tenendo conto dell’inflazione, infatti, i budget militari di Trump sono inferiori rispetto a quelli del primo mandato di Barack Obama, e i salari dei militari sono stati semplicamente adeguati all’aumento del costo della vita”. Quanto ai nuovi mezzi – navi, aerei, razzi – si tratta di strumenti che richiedono anni per essere progettati e costruiti: le nuove attrezzature che stanno arrivando oggi sono quelle decise da Obama o addirittura dal suo precedessore, il repubblicano George W. Bush. Per non parlare del programma VA Choice, che consente ai veterani di cercare medici privati se i periodi di attesa presso le cliniche e gli ospedali dei Veterans Affairs sono troppo lunghi: utilizzato da Trump come fiore all’occhiello della sua attenzione ai veterali, in realtà il programma è stato approvato nel 2014 e firmato da Obama.

Un altro punto di distanza tra i vertici militari e Trump è l’uso di un linguaggio sensazionalista nel parlare di armi: l’ultimo esempio è quello della misteriosa “arma nucleare” sventolata dal presidente nel corso di un’intervista riportata nell’ultimo libro di Bob Woodward, “Rage”. A tutt’oggi non è chiaro a quale sistema d’armi si riferisse, ma è certo che le sue dichiarazioni hanno fatto saltare sulla sedia i generali del Pentagono. Altre volte, invece, la sua comunicazione è stata fantasiosa (come quando ha sostenuto che i caccia F-35 siano “letteralmente invisibili”) o mendace (come quando ha provato a presentare come un successo la sua primissima operazione militare: un’incursione antiterrorismo nello Yemen che ha autorizzato durante una cena con l’allora capo stratega Stephen Bannon e il genero Jared Kushner, piuttosto che con il suo staff del Consiglio di sicurezza nazionale. Il bilancio fu pensatissimo: 25 civili uccisi, compresi 9 bambini sotto i 13 anni, così come il sottoufficiale della Marina William Ryan Owens, morto durante il raid).

Verosimilmente, il vantaggio di Biden tra i militari è aumentato nelle ultime settimane, dopo la pubblicazione di un articolo di The Atlantic che ha fatto infuriare il presidente. Secondo la rivista, nel novembre del 2018 Trump liquidò come “perdenti” e “idioti” i marine americani morti in Francia durante la Prima guerra mondiale. Non solo: sempre secondo The Atlantic, la visita al cimitero americano di Aisne-Marne, vicino Parigi, saltò non perché l’aereo presidenziale fu impossibilitato a decollare per il maltempo, ma perché Trump non voleva che la pioggia gli arruffasse i capelli.

“Per quanto riguarda la posizione degli alti funzionari militari, c’è una data enormemente significativa per il deterioramento dei rapporti con il commander in chief”, sottolinea ancora Date. Quella data è il primo giugno, quando Trump fece sgomberare a colpi di lacrimogeni Lafayette Square, il parco davanti alla Casa Bianca, per mettere in scena l’ormai celebre foto con la Bibbia in mano davanti alla Chiesa di Saint John.

(Photo: BRENDAN SMIALOWSKI via Getty Images)
(Photo: BRENDAN SMIALOWSKI via Getty Images)

Tra i funzionari presenti a quell’evento c’erano il segretario alla Difesa Mark Esper e il capo di stato maggiore Mark Milley. Esper in seguito ha detto che non aveva idea di cosa stesse pianificando Trump quando ha accompagnato il presidente, mentre Milley si è scusato esplicitamente per aver preso parte a quell’episodio - un ripudio diretto di Trump e un avvertimento che non avrebbe permesso ai militari di agire come sue guardie pretoriane. Ne abbiamo visto ulteriori prove solo la settimana scorsa, quando Milley ha dichiarato in un’intervista che il livello delle truppe in Afghanistan sarebbe stato determinato dai fatti sul campo, non dalla promessa del presidente di farle tornare tutte a casa entro Natale. Milley, significativamente, serve un mandato di quattro anni che è iniziato nel 2018, quindi è probabile che rimanga in carica per i primi anni di una eventuale presidenza Biden.

Secondo il sondaggio di Military Times, i militari contestano a Trump alcuni interventi nel sistema giudiziario militare a favore di ufficiali coinvolti in controversi casi di crimini di guerra, e il suo fallimento nel confrontarsi con la Russia sulle taglie assegnate per l’uccisione di truppe statunitensi. Un altro punto critico è la volontà di schierare militari in servizio attivo per controllare le proteste nelle città degli Stati Uniti.

Per Peter Feaver, professore di Scienze politiche alla Duke University, il “marchio” di Trump di infrangere le norme dell’establishment non aiuta con un’organizzazione come l’esercito, che è tradizionalmente molto istituzionale e basata sulle regole. Accanto a questo, ci sono considerazioni più pragmatiche: come il fatto di aver trasferito fondi del bilancio militare, originariamente destinati alla realizzazione di scuole e strutture per le famiglie dei militari, alla costruzione del contestato Muro con il Messico. Dopo non essere riuscito a convincere né il Congresso né Città del Messico a finanziare l’impresa, Trump è dovuto ricorrere al gioco delle tre carte per realizzare almeno una parte della recinzione promessa. In realtà, a maggio 2020, solo 16 miglia su 194 costruite sotto la sua amministrazione non erano una recinzione sostitutiva. L’opera ha scontentato molti, a cominciare proprio dai militari.

Infine, il presidente non sarebbe riuscito a raccogliere i frutti sperati, sul piano della politica interna, dall’accordo per la vendita di armi americane ai sauditi: quella “svolta” avrebbe dovuto sostenere posti di lavoro negli stati “chiave” (tra cui Pennsylvania, Michigan, Florida e Ohio, tutti cruciali per la vittoria del 2016) che però non si sono tradotti in un aumento del consenso politico. Se il piano di pompare i dati economici usando le armi come steroidi è deragliato anche per colpa della pandemia, della sua scarsa popolarità tra i militari può incolpare solo se stesso o le solite “fake news”. L’America in divisa, almeno quella delle alte sfere, di questa guerra ne ha già abbastanza.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.