Trump, l'influenza e la sindrome di Fort Dix

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C'è del metodo, dietro la sicurezza con cui Donald Trump dice di essere pronto ad affidarsi, nella lotta al coronavirus, a farmaci finora pensati per tutt'altro scopo. Ed è un metodo scientifico, il più scientifico di tutti: si basa sull'esperienza che è notoriamente genitrice - lo diceva anche Leonardo da Vinci - per l'appunto della scienza. E l'esperienza ci insegna che talvolta una fortezza difesa da milioni di uomini può arrendersi per colpa di un semplice fortino abitato da poche migliaia di anime.

Prendiamo ad esempio Fort DIx, New Jersey: 35.000 persone. Più o meno quante ne ha Camaiore, in provincia di Lucca. Ma una differenza c'è: Camaiore non ha mai fatto fare una figuraccia epica ad un Presidente degli Stati Uniti. Fort Dix sì, e la cosa ha avuto le sue conseguenze; probabilmente sullo stesso Trump, anche se la figuraccia non l'ha fatta lui.

Per l'esattezza Fort Dix è una base della aeronautica degli Stati Uniti. Si trova vicino a Trenton, nella contea di Burlington. Fu fondata nel luglio 1917, per il maggior sostegno delle truppe americane impegnate dall'altra parte dell'Oceano: a combattere il Kaiser Guglielmo e ad avvertire l'Europa che gli equilibri mondiali tempo pochi anni e sarebbero cambiati. Gli avevano dato persino il nome di un eroe della guerra del 1812, contro gli inglesi, che aveva trovato il tempo per combattere anche la Guerra di Secessione, chissà a che età.

Il 6 febbraio 1976 un militare di stanza a Fort Dix moriva nell'infermeria del campo. Ora, si consideri il contesto storico: gli Stati Uniti erano stati cacciati dal Vietnam una manciata di mesi prima; i sovietici piazzano i Pershing-2 in mezza Europa, convinti di farla franca; Fidel Castro si faceva beffe dell'embargo deciso da Washington e inviava i suoi a fare la guerra antimperialista in Angola e Mozambico. Alla Casa Bianca sedeva, infine, un presidente che non era stato nemmeno eletto dal popolo.

Un presidente per caso

Gerald Ford, Jerry per gli amici, era arrivato ad essere Presidente per puro sbaglio. Richard Nixon, che le elezioni le perdeva ma sapeva anche vincerle, come vicepresidente si era scelto un'altra persona, sia nel 1968 sia nel 1972. Si chiamava Spiro Agnew, ed era, oltre che repubblicano tutto d'un pezzo, anche esponente della potente minoranza greca. Ma Agnew ad un certo punto venne trovato con le mani nel sacco in una storia di evasione fiscale. Nixon lo rimosse subito, e chiamò a sè una persona che sicuramente non poteva metterlo in ombra. Successivamente fu lui stesso a doversene andare per una storia chiamata Watergate, e così Ford si ritrovò nello Studio Ovale come un turista per caso.

Ultima annotazione: Ford, un dinoccolato ex campione di football universitario, era così incapace di fare ombra a chiunque che scivolava via per i corridoi della Casa Bianca senza mettere in ombra nemmeno gli impiegati. I giornalisti al seguito andavano matti per il modo in cui scendeva dalla scaletta degli aerei: pare incespicasse sui gradini, con grande facilità.
Detto a riassumere il tutto: in quel periodo l'America si sentiva una fortezza sotto assedio e le cose le andavano veramente male. Ma potevano andare anche peggio. Poteva arrivare l'influenza.

Puntualmente l'influenza si appalesò a Fort Dix, quel 6 febbraio del 1976. Non solo: tempo pochi giorni e altri quattro militari del forte se la beccarono in forma micidiale. Peggio ancora: le prime analisi dimostrarono che il virus era dello stesso ceppo della Spagnola, che cinquant'anni prima aveva riportato al Creatore ben venti milioni delle sue creature. È vero che erano anche trent'anni e passa che gli Usa avevano sviluppato il vaccino, ma il lavoro non era stato perfezionato e nel 1957 un'influenza di importazione asiatica aveva avuto effetti devastanti. Per non dire di quell'altra del 1969, anch'essa giunta dall'Estremo Oriente. Dopo la fuga da Saigon era meglio non rischiare. Ford decise di prendere in mano la situazione. Scattò, inevitabile, la sindrome.

Una fortezza nel caos

Il Comandante in Capo dette disposizione affinché ogni cittadino statunitense venisse vaccinato. Decise di dare il buon esempio, mostrandosi alle telecamere con la manica della camicia rimboccata a farsi bucherellare il braccio come uno scolaretto. A dimostrazione del fatto che l'America era una Fortezza nel caos, però, il programma non decollò prima di molti mesi, prendendo il volo solo a ottobre. Quaranta milioni furono i vaccinati, a quel punto, in poche ore, e non è cosa da poco. Solo che già da subito iniziarono a circolare notizie sinistre, e non erano fake news.

Tre persone morirono dopo aver ricevuto l'iniezione che avrebbe dovuto garantirgli la sopravvivenza; poi arrivarono non uno o due, ma 500 casi di sindrome di Guillain Barrè, una paralisi neuromuscolare che di solito si registra in un caso in un milione di vaccinazioni. Intanto i morti per complicazioni respiratorie erano saliti a 25.

Che altro poteva succedere, in un paese dove la stampa aveva già fatto perdere la guerra nelle risaie dell'Indocina e fatto dimettere una pellaccia come Nixon? I giornali presero ad attaccare la Casa Bianca, le autorità sanitarie, tutti. Il programma fu chiuso ancor prima di giungere a metà, e non se ne parlò più: del vaccino per tutti ma anche dell'influenza. Altro che Spagnola: non accadde niente, a parte Fort Dix.

Poi si seppe che in realtà il vaccino non c'entrava nulla, ma ormai era tardi. Tardi per mettere in sicurezza gli americani (anche se, in fondo, si era trattato di un falso allarme di dimensioni continentali), tardi purtroppo per i quattro soldati di Fort Dix, tardi anche per quelle decine di morti post vaccinazione che, si fosse saputo prima come stessero effettivamente le cose, magari una cura adeguata l'avrebbero ricevuta.

Tardi anche per Gerald Ford, che se è vero che campò fino alla bella eta' di 93 anni, essendosene andato nel 2006, finì vittima lui stesso di quella pseudoepidemia. Il 2 novembre 1976, candidato naturale dei repubblicani a succedere a se stesso alla Casa Bianca, venne drammaticamente sconfitto da un democratico che all'inizio della campagna elettorale nessuno sapeva nemmeno chi fosse. Si chiamava, lo impararono gli stessi americani solo a cose fatte, Jimmy Carter.

Non si dia allora dell'improvvisatore a Donald Trump, che della Fortezza America conosce profondamente i pregi e i difetti, i bastioni e le postierle. E sa che questo è un anno elettorale, come anche che ogni lasciata è persa, e quindi provarci con la clorochina alla fin fine non porta danni. E poi l'importante è essere inattaccabili. Per tutto il resto c'è Tony Fauci.