Biden non parla ancora da presidente. "Serve pazienza"

Fabio Luppino
·Ufficio centrale HuffPost
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A supporter of Democratic U.S. presidential nominee Joe Biden holds a sign as others gather at Black Lives Matter Plaza, near the White House after Election Day in Washington, D.C., U.S., November 6, 2020. REUTERS/Hannah McKay (Photo: REUTERS)
A supporter of Democratic U.S. presidential nominee Joe Biden holds a sign as others gather at Black Lives Matter Plaza, near the White House after Election Day in Washington, D.C., U.S., November 6, 2020. REUTERS/Hannah McKay (Photo: REUTERS)

Joe Biden ha ormai la vittoria in tasca e si avvia ad essere il 46mo presidente degli Stati Uniti, ma ancora non può proclamarsi presidente. Appena passata la terza notte insonne in attesa dei risultati definitivi delle elezioni nella sua Wilmington, in Delaware, tutto era già pronto per la grande festa e per il primo discorso da vincitore. Avanti in Pennsylvania e Georgia con un sorpasso in volata su Donald Trump, ma vicino anche alla conquista del Nevada e dell’Arizona, tutti gli ostacoli sulla strada della Casa Bianca, salvo clamorosi colpi di scena, sono superati. Ancora però non è tempo di proclamazione. Nel suo discorso alla nazione infatti il dem non pronuncia ancora la parola magica: vittoria. “Non abbiamo ancora una dichiarazione finale, ma i numeri sono chiari, e ci dicono che alla fine vinceremo. Vinceremo la Georgia e vinceremo la Pennsylvania. Ci vuole ancora pazienza”. Biden quindi non forza, anzi invita alla calma e all’unità: “E’ il tempo di dire basta alla rabbia e alla demonizzazione nella politica”, afferma, “la grande maggioranza degli americani che hanno votato vuole che il vetriolo sia messo fuori dalla politica e che il Paese si unisca e guarisca le sue ferite”. Insomma, dalle parti di Biden tira aria di festa, anche se per quella vera e propria bisogna aspettare un altro po’.

Diverso l’umore in casa Trump. Se per il presidente ancora in carica “non è finita” e tutto verrà ribaltato dalla Corte Suprema, attorno a lui tira aria di resa. “Se si contano solo i voti legali vinco facilmente”, ha detto Trump parlando in diretta tv alla nazione e rompendo un inusuale silenzio durato 36 ore, dalla notte dell’Election Day. Ma il suo viso diceva tutto, e dalla sua espressione trapelava una rassegnazione e una stanchezza mai viste. Risentendo le sue parole, più che suonare come una minaccia hanno il sapore di una sconfitta ormai inevitabile.

Del resto, con il conteggio dei voti ancora in corso in cinque Stati chiave, il colpo del ko in grado di mettere definitivamente al tappeto il presidente in carica è arrivato proprio dalla Pennsylvania, quella che nel 2016 Trump strappò clamorosamente a Hillary Clinton. Una Pennsylvania che quattro anni dopo ha voltato le spalle a The Donald e riabbracciato uno dei suoi figli, il vecchio Joe, nato a Scranton ben 77 anni fa. Ma espugnare la roccaforte repubblicana della Georgia è stato il vero miracolo di Biden, un’impresa che non riuscì nemmeno a Barack Obama con le sue vittorie a valanga del 2008 e del 2012.
Impresa per certificare la quale manca solo la prova del nove: quella del riconteggio delle schede elettorali, reso necessario da uno scarto di appena 1.561 voti. Per Trump tutta colpa del voto per posta e della possibilità in molti Stati di continuare a riceverlo e scrutinarlo anche giorni dopo l’Election Day. Voti che Trump continua a definire “illegali” e da invalidare. Per questo dal suo staff trapela che il presidente, asserragliato alla Casa Bianca, non è assolutamente disposto a concedere la vittoria. Anzi, è convinto che al termine dell’offensiva legale avviata dai suoi avvocati sarà sicuramente rieletto lui.

Così tocca soprattutto all’amata figlia Ivanka, raccontano i ben informati, tentare di riportarlo alla ragione, cercare di fargli realizzare che la realtà potrebbe essere diversa da quella che il padre si ostina a vedere. Ci vorrà tempo perché Trump accetti e metabolizzi il duro colpo di passare alla storia come presidente di un solo mandato. La parola sconfitta non è mai stata nel suo vocabolario.

Chi invece sta già lavorando per il prossimo futuro è Biden. Strascichi legali o meno, è determinato a entrare al più presto in modalità ‘presidente eletto’, come l’ha già chiamato la speaker della Camera Nancy Pelosi, pienamente operativo fin dai prossimi giorni con il lavoro del suo team per la transizione. In un Paese martoriato dalla pandemia e dalla crisi economica e che ha bisogno di curare le ferite di una campagna elettorale mai così divisiva, l’ex vicepresidente vuole agire rapidamente e lanciare da subito un messaggio di unità. E una delle prime telefonate - raccontano sempre nel suo entourage - non sarà al presidente uscente, ma al leader dei senatori repubblicani Mitch McConnell, con cui ha rapporti di lunghissima data in Senato e con il quale ai tempi di Obama si è reso protagonista di diversi compromessi. La chiamata vuole essere non solo un gesto distensivo, ma dovrà servire ad aprire subito un nuovo canale di dialogo, anche perché McConnell nel caso di un Senato ancora a maggioranza repubblicana avrà un ruolo chiave nel far passare la squadra di governo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.