Tumori: cure negate agli anziani, ma 1 su 2 potrebbe vivere di piu' e meglio

Milano, 27 giu. (Adnkronos Salute) - Troppo vecchi per essere curati, giudicati troppo 'malconci' per meritare terapie anticancro spesso costose per le casse nazionali. "Accade almeno al 50% dei malati anziani che invece, grazie a un piano terapeutico personalizzato e ai nuovi farmaci al bersaglio, potrebbero vivere di più, ma soprattutto meglio". A lanciare l'allarme è Enrica Morra, direttore di Ematologia all'ospedale Niguarda di Milano, in occasione dell'incontro 'La gestione del paziente anziano nelle principali neoplasie ematologiche' in programma domani nel capoluogo lombardo. L'esperta invoca "una rivoluzione culturale" che possa abbattere una volta per tutte il muro ideologico del cosiddetto 'ageism': "Una vera forma di discriminazione che colpisce la maggior parte dei pazienti over 65".

Cure negate per pregiudizio. Semplicemente perché, nell'era della giovinezza ad ogni costo, non sembra valere la pena di investire risorse per chi è al tramonto della vita. "La prima cosa da chiarire è cosa si intende oggi con il termine anziano", spiega Morra all'Adnkronos Salute. Con l'allungamento della vita media "l'asticella si è progressivamente alzata, fino a considerare 'anziana' tutta la fascia degli ultra 65enni". Ma generalizzare è sbagliato e porta a un drammatico equivoco, ancora più grave considerando che "già per effetto del normale invecchiamento il rischio di cancro aumenta di 10 volte negli uomini e di 6 nelle donne": succede cioè che "tutti i pazienti anziani tendono ad essere considerati 'fragili', mentre questa condizione di fragilità (associata a una situazione instabile di salute, alla presenza di malattie concomitanti e a un rapido deterioramento dello stato fisico e cognitivo) in realtà corrisponde a un 10% circa degli over 65. Quelli che in gergo medico vengono chiamati pazienti 'frail'".

Questo significa che, in caso di cancro, solo in una piccola quota di anziani malati le terapie antitumorali potrebbero causare più danni che benefici. "Ma moltissimi altri possono essere trattati con speranze di successo", assicura Morra. In particolare "tutti gli anziani 'fit', cioè quelli in buone condizioni di salute che rappresentano oggi una quota del 40% in continua crescita, e una parte del 50% di 'unfit', che si trovano in condizioni di fragilità ancora gestibili". Il risultato dell'ageism, invece, è che "innanzitutto gli anziani sono sottodiagnosticati e sottotrattati. Infatti, almeno la metà di chi oggi viene escluso dal trattamento o non riceve le cure adeguate - calcola l'ematologa - di fatto sarebbe candidabile alla terapia. Fatta però secondo un piano personalizzato", in cui "i pazienti fit possono ricevere anche la tradizionale chemio, mentre per quelli unfit si aprono nuove opportunità grazie ai moderni farmaci non chemioterapici".

"La tendenza ad attribuire a priori all'anziano l''etichetta' di paziente fragile - quindi a discriminarlo già a partire dalla ricerca, fino ad arrivare alla diagnosi e ai trattamenti e in particolare alle terapie innovative - pone un grave problema etico di diritti negati", avverte l'esperta a capo della Rete ematologica lombarda (Rel), un network che sotto l'egida della Regione comprende oltre 100 centri specialistici di cui 12 strutture complesse di ematologia. Vincere l'ageism è dunque "una battaglia di equità che tutti insieme dobbiamo combattere", incalza Morra. In particolare quando si parla di tumori ematologici, un gruppo di neoplasie che 3 volte su 5 scelgono la loro vittima proprio fra gli anziani.

Linfomi, mielomi, leucemie e mielodisplasie. Sono questi i tumori ematologici al centro della giornata organizzata a Milano con il supporto incondizionato di Celgene, un corso accreditato Ecm rivolto a medici ematologi e farmacisti ospedalieri. Attraverso casi clinici interattivi su iPad e discussioni frontali, l'obiettivo è sensibilizzare gli addetti ai lavori sul fenomeno dell'ageism e sull'importanza di gestire la malattia degli over 65 con le armi migliori a disposizione e un utilizzo razionale delle risorse. Nonostante l'incidenza di queste patologie si possa considerare stabile se 'corretta' tenendo contro delle maggiori capacità diagnostiche e di screening, nell'Italia che invecchia il 'capitolo' si allarga: "Già oggi - sottolinea l'esperta di Niguarda - ben 12 milioni di connazionali, il 20% circa del totale, hanno superato i 65 anni e nel 60% dei casi i tumori ematologici colpiscono appunto dopo quest'età".

Si tratta di neoplasie che "rappresentano il 7-8% di tutte le forme di cancro. A livello nazionale e della città di Milano sono al quinto posto nella classifica dei tumori più diffusi, con il dato epidemiologico generale - ricorda Morra - secondo cui tutte le neoplasie hanno al Nord della Penisola un'incidenza maggiore, alla quale non corrisponde però una maggiore mortalità. Va comunque detto - puntualizza la specialista - che la distribuzione dei registri tumori lungo lo Stivale è decisamente sbilanciata verso il settentrione e il Nord Est soprattutto".

"Negli anni l'armamentario terapeutico contro i tumori ematologici è molto cambiato" e la tendenza è verso un futuro libero da chemio, 'chemo free' per gli anglosassoni. "Le nuove frontiere della ricerca sono i medicinali a bersaglio molecolare - spiega Morra - farmaci 'intelligenti' attivi su recettori chiave della cascata di eventi che porta al cancro". Speranze concrete, assicura l'esperta.

"Sono già disponibili sul mercato medicinali non chemioterapici, famiglie di farmaci che hanno dimostrato un notevole miglioramento in termini di sopravvivenza e di qualità di vita nel paziente anziano. C'è per esempio la categoria degli immunomodulatori, con la lenalidomide contro i mielomi; ci sono i farmaci epigenetici o ipometilanti, come l'azacitidina per la leucemia mieloide acuta, e infine gli inibitori del proteasoma, molto attivi nel mieloma".

Medicinali che, specie in tempi di crisi, pongono sicuramente anche un problema di sostenibilità terapeutica. "Gli anziani - riflette l'ematologa di Niguarda - sono e saranno sempre di più i principali consumatori di risorse sanitarie. E anche premettendo che non sono solo i farmaci a pesare sull'economia del sistema, ma ci sono anche le nuove tecniche diagnostiche e le procedure riabilitative, è naturale che non si possa dare tutto a tutti. Ecco dunque che la parola d'ordine diventa personalizzare le cure e più in generale gli approcci. E' assolutamente necessario estendere l'adozione di una vera e propria 'metodologia geriatrica', che oggi purtroppo viene adottata in non più del 20% dei centri ematologici italiani", stima l'esperta.

Se il primo imperativo è "ragionare secondo un approccio 'tailor made', con un'assistenza 'sartoriale' tagliata a misura di paziente", prosegue Morra, la strada dell'appropriatezza passa anche dalla ricerca, dalla diagnosi e dalla formazione. "E' urgente ripensare l'intero sistema e concentrare le risorse dove più servono", insiste l'ematologa milanese. A cominciare dalla ricerca sui nuovi farmaci: "E' qui che gli anziani sperimentano la prima forma di discriminazione, perché oggi una ridottissima parte di questi pazienti viene arruolata nei trial e gli studi clinici concepiti per gli over 65 sono rarissimi".

Resta poi molto da fare sul fronte diagnostico: "E' fondamentale identificare in modo corretto i pazienti candidabili a un trattamento piuttosto che a un altro. Ciò significa investire nella cosiddetta definizione del rischio, che valuta rischi e benefici di ogni opzione terapeutica in base alle condizioni del singolo malato".E poi, proprio alla luce delle nuove possibilità di cura e con la prospettiva di un futuro sempre più senza chemio, "non si può non fare formazione. Bisogna sviluppare una cultura profonda su questi nuovi farmaci, su quali scegliere e su come modulare i dosaggi anche a seconda dell'età e delle malattie concomitanti. Spesso si parla di anziani che assumono in media più di 5 medicinali al giorno per tenere sotto controllo altre patologie", ricorda infatti Morra.

"L'obiettivo della sostenibilità - conclude - potrà essere centrato soltanto investendo nella formazione dei giovani, una formazione sul campo che richiede tempo e risorse per le scuole di specializzazione". Una 'ricetta' complessa, dove la condivisione di esperienze e competenze tra i vari centri è un punto cruciale. "Il modello lombardo della Rel lo dimostra: in rete tutto questo è possibile".

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