Tutta la storia di Giulio Regeni, il giovane ricercatore ucciso in Egitto

Omicidio Giulio Regeni

Gli striscioni gialli (ma anche i braccialetti, le spille e i volantini) che chiedono “verità per Giulio Regeni” campeggiano ancora in tutta Italia, da Nord a Sud, segno che il giovane ricercatore italiano ucciso in Egitto tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016 non è (fortunatamente) stata ancora dimenticata. I punti interrogativi , però, restano molti, troppi, a quasi quattro anni di distanza.

La storia di Giulio Regeni

Era il 25 gennaio 2016 quando Giulio Regeni, giovane ricercatore universitario originario di Fiumicello, ha lasciato la sua casa al Cairo per raggiungere piazza Tahir, senza più fare ritorno. È stato avvistato l’ultima volta a una fermata della metropolitana. Il suo corpo senza vita è stato ritrovato il 3 febbraio lungo una superstrada che collega la capitale a Giza. Sulla sua pelle evidenti segni di tortura, sintomi di “tutto il male del mondo che si è riversato su di lui”, dirà la madre al rientro della salma in Italia.

Con le indagini sono subito iniziate anche le difficoltà. I rappresentanti della Procura di Roma e di quella del Cairo si sono incontrate solo a maggio 2016, dopo l’avvio di due inchieste parallele, e a partire da quel momento numerose sono state le piste seguite, dall’omicidio passionale allo spaccio di droga. Ma è sull’operato degli agenti della National Security (i servizi segreti civili egiziani) che si sono concentrati gli inquirenti italiani, in particolare dopo che proprio a casa di uno di loro è stato rinvenuto il passaporto di Giulio. Il giovane ricercatore è stato ucciso perché ritenuto una spia: questa la tesa di pm romani.

Al Cairo, per completare i suoi studi sui sindacati di base per contro dell’Università di Cambridge, Giulio sarebbe entrato in contatto con Mihammad Abdallah, capo degli ambulanti, che lo avrebbe poi venduto ai servizi segreti. Ma l’ammissione da parte dei pm egiziani di aver fatto seguire e indagare Regeni dalla polizia è arrivata solo dopo mesi.

Indagini e rapporti diplomatici

La prima vera svolta nelle indagini risale al dicembre 2018, quando la Procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati cinque militari egiziani ritenuti responsabili per la morte di Giulio Regeni. L’accusa è di concorso in sequestro di persona. Pochi mesi dopo, a maggio 2019, un testimone ha raccontato di aver ascoltato una conversazione tra un poliziotto considerato responsabile del rapimento e un altro agente.

La storia di Giulio Regeni ha portato alla temporanea interruzione dei rapporti diplomatici tra Italia ed Egitto quando, nell’aprile 2016, Roma ha richiamato il proprio ambasciatore a causa della scarsa collaborazione nel Cairo alle indagini. La decisione è stata revocata solo nell’agosto del 2017 con la nomina di un nuovo ambasciatore. Dopo la nascita del Conte bis, il neo ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha incontrato alla Farnesina i genitori del ricercatore, con la “speranza di un cambio di passo anche nei confronti della controparte egiziana”, ha dichiarato il padre del giovane.

A gennaio 2020, il premier Giuseppe Conte, durante la visita al Cairo per discutere della crisi in Libia, ha incontrato il presidente al-Sisi con cui avrebbe parlato anche delle indagini sull’omicidio di Giulio. Negli stessi giorni, gli inquirenti italiani hanno avuto un incontro con il procuratore generale Hamada Al Sawi.

Le parole della madre

“Verità e giustizia per Giulio Regeni sempre” ma soprattutto “oggi 15 gennaio”, nel giorno in cui “avresti compiuto 32 anni. Ma c’è chi ti ha rubato la vita”. Questo l’amaro ricordo della madre del ricercatore nel giorno del suo compleanno.