Tutti i grandi atleti sono superstiziosi?

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Il rituale della bottiglia di Rafael Nadal è diventato leggendario in ogni campo. (Photo by AMA/Corbis via Getty Images)
Il rituale della bottiglia di Rafael Nadal è diventato leggendario in ogni campo. (Photo by AMA/Corbis via Getty Images)

Olivier Saretta, articolo apparso originariamente su Yahoo Francia

Alcuni atleti indossano lo stesso paio di mutande fino al giorno della loro morte. Altri preferirebbero tagliarsi una gamba piuttosto che indossare le scarpe nell'ordine sbagliato. C’è chi indossa un portafortuna, chi si preoccupa per i calzini indossati al contrario, feticisti del colore e fanatici del numero otto. Chiunque sia molto, o anche solo un po’ interessato agli sport professionistici avrà assistito a questi piccoli rituali che gli sportivi di alto livello eseguono per garantirsi un po' di fortuna. E non si può fare a meno di notare che alcuni di loro sono anche molto abili in questo giochetto. Cioè, dei veri esperti!

Per esempio, il giocatore di hockey Sydney Crosby, centrale dei Pittsburg Penguins (NHL), non chiama mai sua madre il giorno della partita; lo fece una volta e quel giorno perse due denti nell’incontro seguente. Inoltre, quando la squadra deve spostarsi in autobus solleva i piedi ogni volta che attraversa i binari di un treno. Il leggendario allenatore di calcio Giovanni Trapattoni non avrebbe mai iniziato una partita senza aver spruzzato una notevole dose di acqua santa sul campo. Anche Rio Ferdinand, l'ex capitano del Manchester United, per sua stessa ammissione, eseguiva una precisa serie di riti. Saltava sempre sulla linea laterale prima di mettere piede in campo e non indossava mai le mutande nei giorni delle partite. La sua controparte del Chelsea, John Terry, non ha cambiato parastinchi per più di dodici anni.

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Tic e manie

Si tratta di casi isolati? Non è così secondo la psicologa dello sport Manon Eluère, ricercatrice presso l'École Normale Supérieure (ENS) di Rennes e coautrice di un affascinante studio sull’argomento*. "Gli atleti di alto livello, in effetti, vivono la superstizione con intensità superiore alla media" ha confermato. "Gli studi realizzati negli anni Ottanta e Novanta mostrano, inoltre, che il numero di rituali superstiziosi cresce in modo proporzionale al livello della competizione." Un’azione che scaturisce dall'irriducibile imprevedibilità dello sport. La propensione degli atleti ad aggrapparsi a rituali può essere spiegata dal loro bisogno di controllare l'incertezza e le situazioni ansiogene, se non rischiose, che vivono. Negli sport professionali tutto questo è ancora più evidente, perché man mano che aumenta il livello, aumenta anche la posta in gioco. E sebbene la vittoria dipenda in massima parte dalle qualità intrinseche e dalle abilità tecniche, c'è sempre un elemento aleatorio, di casualità che non si può controllare e che si cerca di arginare."

E se si vuole cercare un maestro in questo ambito, il tennista Rafael Nadal è un caso da manuale. Il re indiscusso dei campi di terra battuta è noto tanto per i rituali immutabili che segue durante ogni partita quanto per il suo potente dritto. Prima di ogni servizio, sistematicamente, si aggiusta i capelli, controlla l'altezza dei calzini, allinea le bottiglie d'acqua "ai [suoi] piedi, davanti alla [sua] sedia alla [sua] sinistra, mettendole una dietro l'altra, diagonalmente, di fronte al campo", come racconta lui stesso. Nulla è lasciato al caso. Neanche il numero di volte che fa rimbalzare la palla prima di servire. E qui entra in gioco la nostra psicologa: "Il fatto che Nadal faccia rimbalzare la palla sedici volte e non quindici, non è necessariamente dovuto alla superstizione. Si tratta più che altro di una routine pre-esecuzione. Lo scopo principale di tutto questo è rafforzare la sua concentrazione, anche se, ovviamente, può sembrare un po' bizzarro."

Modus Vivendi

L'atleta di Maiorca concorda al 100% con questa interpretazione. In un video pubblicato lo scorso anno da MAPFRE, la compagnia di assicurazioni che lo sponsorizza, il Re della terra battuta ha dichiarato: "Gli esseri umani hanno bisogno di una routine e della sicurezza offerta dalla ripetizione delle stesse azioni. Io sono molto organizzato quando si tratta di cose che ritengo davvero importanti. La mia routine prima di ogni partita di tennis è esattamente la stessa. Cerco di ripeterla esattamente ogni volta. Sapere che le cose mi stiano andando bene, o almeno che sto facendo tutto il possibile per assicurarmi che le cose vadano bene, mi rassicura e tranquillizza." Dopo venti vittorie al Grande Slam, di cui tredici al Roland Garros, la sua ricetta per il successo sembra funzionare alla perfezione, anche se il legame tra la bottiglia d'acqua allineata perpendicolarmente alla sedia e il mantenere un livello ottimale di concentrazione può sembrare a dir poco debole.

Se negli anni alcuni rituali sono diventati dei classici della superstizione (ad esempio mettere il calzino destro prima del sinistro, indossare un portafortuna, ecc.) e funzionano a un livello più intimo, è interessante notare come anche l'educazione possa giocare un ruolo importante nell'elaborazione di tali rituali. Manon Eluère è giunta a tale conclusione studiando una squadra professionale di pallavolo femminile. "In questo caso il rituale che mi ha più colpito è stato senza dubbio quello di una giocatrice brasiliana. Secondo lei il colore rosso aveva poteri speciali. Questa sua convinzione veniva dalla sua infanzia: quando era piccola sua madre le dava un nastro rosso quando le veniva il singhiozzo. Strofinava il nastro tra le dita e poi se lo attaccava alla fronte per curare il singhiozzo. Da allora il colore rosso ha continuato ad avere una certa influenza su di lei e all'inizio di ogni stagione faceva scorta di reggiseni, mutande e ciondoli rossi. Era davvero convinta di quel potere, per lei era assolutamente evidente."

Una fascia sfortunata

Un'altra conclusione a cui è giunta la psicologa è che anche la nazionalità dell'atleta gioca un ruolo importante nel modo in cui vive la superstizione. "Il legame culturale tra le giocatrici che abbiamo seguito e la loro posizione riguardo alla superstizione era molto forte. C'era una certa distanza tra le francesi e i rituali che eseguivano. Erano consapevoli che le loro azioni non erano completamente razionali e tendevano a vederle, in fondo, come qualcosa divertente." Una lucidità che le loro controparti americane chiaramente non condividevano. "Si rifiutavano di considerare i loro rituali come superstiziosi. A loro avviso solo il duro lavoro produce risultati ed era difficile parlare di fortuna. Di conseguenza, dal loro punto di vista, tutto era legato alla necessità razionale di stabilire una routine mentale. Non avevano davvero afferrato la natura irrazionale di alcune delle loro abitudini. Per esempio, una delle giocatrici mi disse che indossava sempre la stessa fascia quando giocava. Un giorno ne aveva indossata una diversa e aveva perso. Non l'ha mai più indossata. Tuttavia insisteva nel dichiararsi non superstiziosa."

Questa negazione così decisa da parte delle giocatrici americane si spiega anche con il fatto che il confine tra rituale superstizioso e routine pre-esecuzione è spesso piuttosto sottile", come spiega Manon Eluère. Il grande pubblico non sembra essere così incline a questo tipo di confusione. Secondo un sondaggio realizzato nel 2014 dal CSA il 23% dei francesi ammette di essere superstizioso. E studiare o essere coscienti del fenomeno non rende necessariamente immuni. "Anch’io, quando giocavo a pallavolo, avevo i miei piccoli rituali, cose che faccio ancora nella vita quotidiana" ammette la psicologa. "Per esempio, metto sempre il calzino destro prima del sinistro e, se mi dimentico, sono capace di slegarmi le scarpe e ricominciare da capo. Sinceramente, condurre questo studio ha solo rafforzato i miei rituali e ne ho persino aggiunti di nuovi." Da ciò a leggere quest’articolo e decidere di indossare la stessa biancheria intima ad ogni partita, il passo è breve.

* "Superstitions, cultures and sports, between beliefs and rationalizations. The exploratory case study of a team of professional women volleyball players in France", Les Cahiers Internationaux de Psychologie Sociale 2017/1 (Numero 113)

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