Ucraina, ambasciatore Stefanini: "Difficile far cessare il fuoco"

(Adnkronos) - "È un piano logico e di buon senso, che risponde anche alle indicazioni che sono state date dall'Ucraina, specialmente per quanto riguarda il punto relativo alla neutralità, ovviamente con garanzie". Così Stefano Stefanini, già ambasciatore italiano alla Nato e oggi senior advisor di Ispi, commenta all'Adnkronos il piano di pace proposto dall'Italia, un Paese "che batte un colpo, avendo acquisito credenziali forti con Kiev, ma anche con Washington e le altre capitali europee, quindi ha titolo per fare una proposta".

Secondo Stefano Stefanini il piano di pace presenta tuttavia "difficoltà di attuazione e di accettazione", specialmente "nel primo punto, cioè nel cessate il fuoco sulle attuali linee, perché sappiamo benissimo che quando c'è un cessate il fuoco è poi difficilissimo smuovere le posizioni da dove sono. Basta pensare alla Corea. Quindi quello che potrebbe essere difficile accettare, sia da parte ucraina che da parte russa - in un momento in cui gli ucraini puntano a riprendere territorio perso e i russi a prenderne di più - è proprio il fermarsi sulle attuali linee di conflitto".

Linee che comporterebbero, per l'Ucraina "di accettare di aver perso tutta la fascia costiera sul mare di Azov, compresa Mariupol, diventata una città simbolo". La soluzione per l'ambasciatore potrebbe essere quella di chiarire che le linee del cessate il fuoco non corrispondono ai confini che verranno in seguito stabiliti: "Dovrebbe essere un cessate il fuoco che non scolpisce nel bronzo le attuali linee di divisione territoriale tra le rispettive forze".

L'altra questione è il grano bloccato in Ucraina: "Se il cessate il fuoco - osserva Stefano Stefanini - non comporta la rimozione del blocco navale e quindi l'apertura di corridoi alimentari che permettano l'esportazione di quei venti milioni di tonnellate di grano ucraino che sono nei silos, non si risolve il problema più grave immediato, che è quello del rischio di una crisi alimentare mondiale". Proprio questo rischio secondo l'ambasciatore dovrebbe essere utilizzato "come leva per ottenere il cessate il fuoco. Non tanto e non soltanto dall'Europa, dall'Italia e dall'Occidente, ma soprattutto dalla grande maggioranza dei Paesi delle Nazioni Unite, in particolare dai Paesi africani, che rischiano di più dalla crisi alimentare".

Se "noi in Europa in qualche maniera ci sfameremo, loro no", spiega il senior advisor Ispi. "Un problema - aggiunge - che l'Italia conosce benissimo, perché le conseguenze di una crisi alimentare in Nord Africa, con una immigrazione che diventa di disperazione, ricadono abbastanza direttamente su di noi".

Ecco perché "la lista di motivazioni per cui l'emergenza alimentare dovrebbe spingere al cessate il fuoco è lunghissima". E utilizzarla come leva per mettere a tacere le armi è un tentativo "che va nella direzione in cui si stanno muovendo le Nazioni Unite con il segretario generale", sottolinea in conclusione Stefanini.

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