Ucraina, i dottori della guerra: "All'ospedale di Irpin abbiamo visto cose che non si dimenticano"

Ihor Kovalchuk, primario del reparto di Neurologia dell'ospedale di Irpin, e Yevhen Repyov, ortopedico e traumatologo (da 25 anni lavora in questo ospedale), raccontano la vita a Irpin e Bucha durante i combattimenti e l'occupazione russa: i primi pazienti, i bambini feriti, i cecchini russi e il nastro trasportatore in sala operatoria.

"Ci chiamavano da tutta la periferia di Kiev..."

"Tutti i pazienti erano in gravi condizioni, perché la logistica non funzionava", spiega il dottor Repyov.
"Gli occupanti non hanno permesso di portare via subito i feriti. Quelli che potevano camminare, hanno raggiunto da soli l'ospedale. Molti sono rimasti senza assistenza medica. Molti ci hanno chiamato e ci hanno chiesto: Cosa devo fare? Ho una gamba lacerata... Ci chiamavano da Vorzel e Hostomel e da tutta la periferia di Kiev".

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Il dottor Yevhen Repyov durante l'intervista. - Screengrab

Quel 24 febbraio, alle 7 del mattino...

Ihor Kovalchuk, primario del reparto di Neurologia dell'Irpin City Hospital, è arrivato al lavoro il 24 febbraio alle 7 del mattino. A quell'ora si sentivano già le esplosioni dall'aeroporto di Hostomel.
Durante il tragitto, il medico ha visto gli elicotteri sopra la città, poi il fumo e ha capito che la guerra era iniziata.

"Ho avuto l'opportunità di partire da qui quando i russi erano alla periferia di Bucha, quando la guerra era appena iniziata", ricorda il dottor Kovalchuk. 
"Ho avuto questa opportunità anche prima che arrivassero qui. Ma non l'ho fatto, sapevo che dovevo stare qui, che dovevo aiutare le persone. Così sono rimasto qui fino all'ultimo, come è successo, fino al 10 marzo. Naturalmente, non avrei potuto fare altrimenti".

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"Sapevo di dover restare per aiutare", racconta il dottor Ihor Kovalchuk. - Screengrab

Tutti i medici dell'ospedale di Irpin sono stati evacuati il 10 e l'11 marzo a Belohorodka e, da lì, a Kiev.
I pazienti sono stati trasportati all'ospedale regionale, i bambini alla clinica "Welfare".

"Abbiamo visto cose che non potremo mai dimenticare".

Il dottor Repyov ricorda come la giornata lavorativa potesse iniziare di notte e finire la notte successiva.
I medici operavano, visitavano i pazienti, facevano bende. I bombardamenti erano quasi cessati. Non c'era connessione. A volte si poteva trovare un briciolo di connessione nell'attico dell'ospedale e riuscire ad inviare un Sms ai familiari, anche solo per chiedere "Tutto bene?"

A un certo punto, racconta il medico, si sono resi conto che il reparto era sovraccarico, così hanno liberato la sala di terapia e vi hanno organizzato dei letti supplementari. I pazienti operati sono stati trasferiti lì.
E da lì al day hospital. 
"Piano piano ci siamo organizzati, ma è stata dura", ha detto il dottor Repyov.

Il peggio sembra passato, almeno a Irpin

Ora il peggio, almeno a Irpin, sembra passato.

Il dottor Repyov e il dottor Kovalchuk, come molti dei loro colleghi, sono tornati in ospedale l`11 aprile.

Per una settimana intera, l'ospedale è stato sottoposto ad una grande pulizia, visto che era ridotto ad un ammasso di detriti e rifiuti.
La casa dello stesso dottor Repyov è stata bruciata. Ora il medico vive con i genitori e non intende ancora ricostruire la sua abitazione.
Aspetta la fine della guerra.

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