Ucraina: giornalista anti propaganda, 'Kherson è la mia patria, ho paura ma non la lascio'

(Adnkronos) - “Sono a Kherson e da qui non me ne vado. Questa è la città in cui sono nato e cresciuto, è la mia patria e la patria non si lascia”. Kostantin Ryzhenko, il giornalista 28enne ricercato dai russi per il suo impegno a smontare la loro propaganda, non ha alcuna intenzione di andarsene dalla città dell’Ucraina meridionale, occupata dalle truppe di Mosca fin dai primi giorni di guerra. Contattato dall’Adnkronos in videochiamata, Kostantin non ha potuto mostrare il suo volto per ragioni di sicurezza: “Devo sempre nascondermi, anche per questo non posso accendere il video”. Quello che non nasconde è invece la paura: “Ovviamente ne ho. Siamo in guerra, ci sono molte persone che sono sparite nel nulla e sono già venuti a casa mia a cercarmi. È logico che io abbia paura, ma se non si fa nulla, non si riesce a costruire nulla”.

Lo sforzo del giornalista, da quando Kherson è occupata, è orientato a smascherare le fake news veicolate dai russi. “Raccontano che Kherson era una città oppressa dal regime di Kiev, in cui si viveva malissimo, poi sono arrivati i russi che l’hanno liberata. Per questo i militari ucraini si sono offesi e hanno iniziato a colpire le case dei civili con i razzi. I grandi militari russi, tanto onesti, invece, utilizzano i loro sistemi di difesa antiaerea per abbattere i missili ucraini”, riferisce Ryzhenko. “È una ricostruzione così illogica, che nessuno ci crede”, aggiunge il 28enne, spiegando che però “ci sono persone, per lo più quelle dai 60 anni in su, che credono a qualsiasi cosa venga detta in tv, non importa a quale Stato questa tv appartenga. Questa gente, da quando i russi hanno staccato i canali ucraini e mandato in onda quelli russi, crederà a ciò che sente. Quando torneranno a trasmettere i canali ucraini, crederanno a quelli. Non posso neanche dire che sia un male: sono persone fatte così, cresciute con la mentalità di credere alla tv. I più giovani, invece, non credono a questo tipo di propaganda e di fatto la stanno ignorando”.

A spaventare di più Ryzhenko non sono tanto le fake news macroscopiche e facili da sbugiardare, quanto la propaganda più sottile e subdola, quella che non muove accuse, ma insinua il dubbio. “La propaganda è formata da più livelli: c’è quello base, sul fatto che gli ucraini sono dei nazisti e i russi sono dei liberatori, a cui nessuno crede. Poi c’è il livello medio, in cui si parla di una cospirazione, anche degli americani, per rovinare la fratellanza tra i due popoli. E poi c’è un altro livello, ancora più avanzato, in cui non si fanno delle accuse dirette, ma si semina il dubbio”, dice il giornalista di Kherson, spiegando che proprio questo “per il lavoro che faccio, è il livello più pericoloso, perché più difficile da smentire”.

Per farlo Ryzhenko lavora “con tutti i media - canali televisivi, siti dei notiziari, giornali, media online - che vogliono sapere la verità su quello che accade a Kherson, sia ucraini che internazionali. Anche perché quasi tutti i giornalisti hanno lasciato la città di Kherson. Qui non è rimasto quasi più nessuno, ci sono solo io a dare queste notizie”. Kostantin si occupa anche di inchieste realizzate con open data e sul suo canale Telegram dà informazioni immediate sugli attacchi che avvengono in città, dove la situazione ora è però apparentemente tranquilla.

"Tutti quelli che potevano farlo, se ne sono andati. A Kherson sono rimasti o dei veri patrioti o coloro che non hanno avuto la possibilità di lasciare la città o quelli che hanno dei parenti di cui si devono occupare", spiega, riferendo che al momento le manifestazioni pacifiche per protestare contro gli occupanti russi "si sono fermate, anche perché ogni volta finivano con gas lacrimogeni e repressioni, la gente spariva, spesso venivano a casa e portavano via le persone con sacchi in testa. Di molte persone ancora oggi non si hanno notizie".

Nel frattempo la propaganda degli occupanti agisce non solo in tv, ma anche per le strade della città. "Più si avvicina il 9 maggio, la festa della vittoria sovietica, più i russi dichiarano che Kherson ormai sarà per sempre una città russa, che l’hanno liberata. Si comportano in maniera molto cordiale. Cercano di mostrare che va tutto bene: puliscono le strade, rifanno i marciapiedi, curano gli alberi, per prepararsi a fare la parata. Tutto nelle migliori tradizioni dell’Unione sovietica, di cui infatti in giro per la città sventolano tantissime bandiere", conclude Ryzhenko.

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