Ucraina, il lungo assedio dell'ospedale di Chernihiv: in 34 giorni operati 305 feriti senza corrente

(Adnkronos) - Senza corrente, acqua, riscaldamento e linea telefonica e con il fronte dei combattimenti ad appena un chilometro, i chirurghi del II ospedale municipale di Chernihiv - uno dei più importanti della regione dell'Ucraina settentrionale, al confine con la Bielorussia - nei 34 giorni di assedio non hanno mai smesso di operare, curando 305 pazienti, per metà civili e per metà militari. Diciotto quelli per cui non c'è stato nulla da fare. "Abbiamo assistito persone che avevano perso arti, feriti da pallottole, anche alla testa, e pazienti con schegge di bombe nell'addome e nel torace", racconta all'Adnkronos il direttore sanitario dell'ospedale Valerii Yakunin, un chirurgo con alle spalle quasi cinquant'anni di pratica medica.

Facendo appello all'esperienza acquisita nelle emergenze, Yakunin la notte del 24 febbraio, sentendo le prime esplosioni, ha immediatamente capito che "la guerra era iniziata. Erano le 5 di mattina e noi eravamo già al lavoro, in ospedale. Il giorno successivo sono arrivati i primi tre feriti. Il 26 febbraio abbiamo accolto in un solo giorno venti persone, tra militari e civili. Vista la situazione, abbiamo capito subito che avremmo dovuto cambiare la nostra organizzazione".

La struttura - un policlinico di nove piani, da cui ogni anno transitano 16mila pazienti, per un totale di 8mila interventi chirurgici - "si è trasformata in un vero e proprio ospedale da campo", oltre che in un rifugio per tutti quelli rimasti senza una casa a causa dei bombardamenti. Negli scantinati, infatti, hanno vissuto all'incirca 120 persone durante tutto il periodo dell'assedio. Anche medici e infermieri non hanno mai lasciato l'ospedale, "sempre pronti a prestare il nostro aiuto, anche perché senza connessione telefonica, era impossibile avere dati precisi su quanti pazienti avremmo dovuto accogliere. Con molti quartieri periferici della città sempre sotto attacco, il flusso di feriti è stato continuo e noi abbiamo operato incessantemente".

Interventi effettuati, per oltre la metà del tempo, in situazioni estreme: al freddo - tanto per la mancanza di riscaldamento quanto per le finestre distrutte dai bombardamenti - senz'acqua e senza elettricità, tranne quella derivante dai generatori. "È stato molto difficile lavorare senza poter usare l'attrezzatura diagnostica", racconta il chirurgo. Senza corrente, a non funzionare erano anche gli ascensori. "Per tutto il tempo abbiamo usato solo i primi due piani, perché dovevamo portare i feriti a braccia. Per fortuna ci hanno aiutato i volontari a farlo", dice Yakunin, grato a tutti coloro che si sono rimboccati le maniche, ma soprattutto "alla mia squadra, fatta di tantissimi giovani medici, di cui sono molto orgoglioso". Importante anche il contributo "delle nostre donne, infermiere e chirurghe, sulle cui spalle ha gravato tantissimo lavoro".

I compiti dei sanitari sono andati ben oltre la cura del paziente: "La mattina dovevamo riempire i contenitori di acqua e trasportarla. C'era anche bisogno di preparare da mangiare, fuori, sulla legna. Spesso poi ci portavano feriti che avevano figli piccoli e dovevamo occuparci anche di loro", spiega il direttore sanitario.

"Essendo il nostro ospedale a un solo chilometro alla linea del fronte, sentivamo continui spari ed esplosioni. Un rumore molto forte, a cui abbiamo imparato presto a non fare caso, per poter continuare a lavorare", racconta Yakunin, spiegando che "la paura costante era quella dei bombardamenti: vedevamo gli aerei volare secondo un schema prestabilito, di solito la sera verso le 23/24 e poi alle 4 del mattino. Li guardavamo, non sapendo dove avrebbero sganciato la prossima bomba e quanti feriti da curare avrebbe causato".

Anche l'ospedale è stato colpito. Era il 16 marzo, il giorno della sparatoria contro i civili in fila per il pane. "Tutta Chernihiv era sotto un attacco massiccio, al pronto soccorso sono arrivate 45 persone. Avevamo appena finito di accettarle, c'erano in corso tanti interventi chirurgici, quando, verso le 17, un razzo ha colpito il nostro pronto soccorso. Due medici sono rimasti feriti e una paziente, che si trovava nei pressi dell'ospedale, purtroppo è morta", racconta il direttore sanitario.

Ora la situazione è migliorata. "In città c'è più gente, aziende e fabbriche stanno riaprendo, le persone sembrano più tranquille e a volte ho l'impressione che lo siano anche troppo", osserva Yakunin, che resta però "all'erta, perché non sappiamo come evolverà la situazione". Per i sanitari, poi, il lavoro è tutt'altro che finito: ci sono da smaltire gli arretrati dei due mesi in cui i malati non hanno avuto regolare accesso alle cure, i mutilati di guerra che hanno ancora bisogno di assistenza e i nuovi feriti, causati dalle mine. "Appena finiti i combattimenti attivi, abbiamo avuto due casi del genere: una persona siamo riusciti a salvarla, l'altra purtroppo è morta. Ogni giorno sentiamo di esplosioni di mine ed è un problema grave, che temo continuerà a lungo. Si dice che per un mese di guerra, ci siano tre anni di sminamemento...", è la conclusione amara del chirurgo.

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