Ucraina, la storia dei 70 volontari volati a Mariupol sotto assedio

(Adnkronos) - Mentre i combattenti di Azov tentavano l'ultima strenua difesa della Mariupol sotto assedio, un gruppo di giovani volontari ha accettato un "biglietto di sola andata", per unirsi ai compagni all'interno delle acciaierie Azovstal, consapevoli che da lì difficilmente sarebbero riusciti a uscire. Già complicato arrivarci vivi, sorvolando a bassa quota su vecchi elicotteri 120 chilometri sotto controllo russo, con la difesa antiaerea del nemico pronta ad abbatterli.

Ad organizzare queste missioni speciali ad altissimo rischio è stato Vladyslav Sobolevskyy, nome di battaglia 'Borisfen', pluripremiato capo di stato maggiore del reggimento Azov tra il 2014 e il 2017 e oggi vice comandante del reggimento delle forze delle operazioni speciali Azov di Kiev, dopo il rientro in servizio il 24 febbraio 2022. "Quando è iniziata l'invasione su larga scala mi trovavo a Kiev, insieme ai miei compagni veterani del battaglione Azov, con cui abbiamo creato nuove unità del reggimento", racconta Borisfen all'Adnkronos.

Con Mariupol sotto assedio, l'intelligence ucraina decide di inviare nella città affacciata sul mare d'Azov medicine, munizioni e armi, ma soprattutto rinforzi. Al vice comandante Sobolevskyy viene assegnato il compito di organizzare queste missioni speciali di soccorso, dagli aspetti logistici, fino alla scelta dei volontari disposti a partecipare. "È stato molto difficile mandare persone a Mariupol, dal momento che - racconta - il comandante porta il peso di tutti coloro di cui è responsabile".

"I ragazzi però - assicura Sobolevskyy - erano ben consapevoli dei rischi a cui andavano incontro: gli abbiamo fatto chiaramente capire che si trattava di un biglietto di sola andata e che sarebbero rimasti bloccati lì fino alla liberazione di Mariupol. E loro sapevano che difficilmente le forze armate ucraine sarebbero riuscite a liberare la città". Nonostante questo "abbiamo trovato molti più volontari disposti a partire di quanti noi fisicamente potessimo inviare". A raggiungere Mariupol alla fine sono stati più di 70, attivisti e sportivi che prima della guerra si occupavano di altro e non erano mai saliti su un elicottero. Per la maggior parte erano giovani under 30.

Tutti uomini, tranne una donna infermiera, partita con un volo sanitario insieme a due chirurghi e due anestesisti. In totale, tra fine aprile e i primi di maggio, le missioni speciali sono state sette. Sobolevskyy ne ha organizzate sei, quattro delle quali in collaborazione con i paracadutisti. Gli elicotteri partivano carichi di aiuti e volontari e tornavano con a bordo i feriti. "Decine le persone che siamo riusciti ad evacuare", riferisce il vice comandante, spiegando che sugli elicotteri "potevamo collocare da 6 a 8 feriti gravi e fino a 20 passeggeri, se c'erano persone in grado di stare in piedi o sedute".

Per i volontari che hanno deciso di prendere parte alle missioni "il rischio di vita - dice Borisfen - era totale. Innanzitutto gli elicotteri, che dovevano percorrere circa 120 chilometri sul territorio occupato dal nemico, potevano venire abbattuti dai sistemi di difesa antiaerea o dai razzi russi". Per evitare che ciò accadesse, i voli avvenivano di notte, senza però "avere a disposizione dei sistemi di visione notturna di altissima qualità" e gli "elicotteri, degli Mi-8 di fabbricazione sovietica, lavoravano al limite della loro potenza, volando veloci e a quota molto bassa. Quindi c'era anche il rischio che si schiantassero".

Dall'altra parte "l'arma più potente erano i piloti, che nonostante non avessero molte ore di volo alle spalle, avevano chiaro l'obiettivo ed erano pronti a rischiare la propria vita per riuscire a portare gli aiuti alla guarnigione di Mariupol". Il pericolo però non si esauriva in viaggio, anzi, "il momento più rischioso era quello dell'atterraggio, quando si dovevano eseguire le operazioni di scarico e carico in tutta fretta" sotto gli attacchi dei russi, attirati dal rumore. In effetti "alcuni elicotteri non sono riusciti a tornare: sono stati abbattuti e sono morti anche i feriti che si trovavano a bordo. Così come l'equipaggio di un elicottero finito in una trappola, mentre cercava di prestare soccorso a un altro", racconta Sobolevskyy, riferendo poi di voli tornati indietro, prima di raggiungere Mariupol.

Sorte difficile - come previsto - è toccata anche a chi ad Azovstal è riuscito arrivare. "Abbiamo avuto molte perdite e molti feriti. E chi è rimasto lì, ora è in prigione insieme a tutto il reggimento", dice Borisfen, che in costante contatto con le famiglie, si dice "sicuro al 100% che riusciremo a riportarli tutti a casa. Non abbiamo altra scelta: sono i combattenti migliori d'Europa, hanno eseguito l'ordine che gli è stato dato e tutta l'Ucraina, anzi tutto il mondo, gli sono debitori".

"Sulla loro liberazione e sul miglioramento delle condizioni in cui si trovano, stanno lavorando tantissime persone, ma la cosa importante - è l'appello del vice comandante - è non dimenticarli. Tutti, dalle persone comuni ai ministri dei vari Paesi, devono sostenerli, fin quando l'ultimo prigioniero non verrà rilasciato".

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