Ucraina, l'analista: "Ecco perché la Russia non può perdere Kherson"

(Adnkronos) - E' un'operazione che, al di là di come andrà, "ha una valenza politica e anche militare enorme", perché "una potenza nucleare che era forse la seconda o terza forza militare al mondo non è riuscita in più di sei mesi a sfondare" e anche se "non sappiamo come andrà la controffensiva" ucraina "oggi di fatto la Russia deve subirla". Parla così con l'Adnkronos Nona Mikhelidze, responsabile di ricerca dello Iai, passati più di sei mesi dall'inizio del conflitto in Ucraina dopo l'invasione russa e poche ore dall'annuncio degli ucraini dell'inizio della "fase attiva" della controffensiva nel sud. Una "operazione lenta e pianificata", non "un'offensiva su vasta scala", ma che sarà vincente, secondo le parole di Oleksiy Arestovych, consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, mentre scontri armati sarebbero in corso a Kherson.

"Se la Russia dovesse perdere" questa città strategica del sud dell'Ucraina occupata da inizio marzo, "sarebbe un segnale della seconda sconfitta" del Cremlino, dice l'esperta. "A livello politico sarebbe una grande sconfitta" e - evidenzia - rappresenterebbe "l'inizio della terza fase della guerra", oltre che uno sviluppo "difficile da spiegare" in Russia che "rafforzerà quei dubbi che esistono da mesi sulla capacità di Putin di vincere questa guerra" mentre fra "i nuovi arruolati (tra le fila dei russi) ci sarebbe una fuga dal fronte".

Nella "prima fase" della guerra, spiega nella sua analisi, "abbiamo assistito alla prima sconfitta" della Russia, "il ritiro dalle regioni del nord dell'Ucraina di Kiev, Chernihiv, Sumy e Kharkiv" e se la Russia dovesse "perdere Kherson" sarebbe "un segnale della seconda sconfitta in questa seconda fase della guerra perché la città è occupata fin dall'inizio della guerra, da inizio marzo" e perché qui "la Russia aveva già avviato un governo russo, aveva intenzione di un organizzare un referendum" a settembre "per annunciare la nascita della cosiddetta 'repubblica popolare di Kherson", sulla scia di quanto avvenuto con Donetsk e Luhansk, "o addirittura per incorporare Kherson nella regione della Crimea e così direttamente nella Federazione Russa".

Mikhelidze ricorda in questo contesto le visite a Kherson di Sergey Kirienko, vice dello staff presidenziale dell'amministrazione di Putin, ricorda come qui i russi avessero sin da "subito avviato un governo russo nonostante la fortissima resistenza civica della città". E, prosegue, "anche adesso il ruolo dei partigiani locali è molto forte". Se la Russia dovesse "perdere una città così" sarebbe poi anche "difficile spiegarlo ai russi" perché "forse non funzionerebbe" parlare di ritiro in 'segno di buona volontà', come nel caso dell'Isola dei Serpenti, "chiusura della prima fase del conflitto", secondo l'analista. Questo, evidenzia, "non vuol dire che creerà rivolte contro il presidente Putin e se creerà problemi a Putin è un'altra questione, ma sicuramente rafforzerà quei dubbi che esistono da mesi sulla capacità di Putin di vincere questa guerra e a livello politico sarebbe una grande sconfitta".

Kherson, rimarca, "ha un enorme significato politico per la Russia" e, dal "punto di vista della propaganda, Putin da sempre ha dato un'importanza simbolica" alla città, che - innanzitutto per la sua posizione - "rendeva più di tutte sicura la presenza russa in Crimea". E in questi mesi "non c'era nessun segnale che i russi volessero tenere Kherson per i negoziati", che avessero "intenzione di ritirarsi o cedere questo territorio in cambio di qualcosa".

E, incalza Mikhelidze, l'obiettivo annunciato" dai russi della "seconda fase della guerra era quello di prendere il sudest ucraino, con la scadenza del primo luglio per prendere tutto il Donbass". Ma, ricorda, "il 45% della regione di Donetsk rimane fuori occupazione con le sue quattro città importanti" e di fatto "non sono stati capaci neanche di completare quella che doveva essere la conquista del Donbass".

Adesso, passati più di sei mesi di guerra, la controffensiva ucraina entra nel 'vivo', dopo essere iniziata a "fine luglio" con la "strategia ucraina" che ha voluto "prima di indebolire le forze armate russe - con esplosioni quasi quotidiane in depositi di armi e petrolio" e attacchi per colpire le linee di rifornimento e tagliare le vie di fuga, ad esempio con "i continui bombardamenti dei ponti sul fiume Dnipro - per "poi attaccarle" frontalmente.

Questa "fase attiva militare", evidenzia, va in parallelo con la strategia di attacchi alla logistica dei russi ed è "caratterizzata da scontri 'ravvicinati'", ma l'operazione sarà lenta e secondo l'esperta ci vorranno almeno "due o tre settimane" e bisognerà anche vedere "quale sarà la risposta russa". Le "prime informazioni che filtrano - dice - parlano di una sorta panico e soprattutto tra i nuovi arruolati ci sarebbe una fuga dal fronte mentre i 'veterani' continuano a combattere".

Per l'8 settembre a Ramstein è in programma una nuova riunione del 'Gruppo Consultivo di Supporto all'Ucraina' e intanto, conclude Mikhelidze, nel mese passato "è arrivata agli ucraini quella quantità di armi che consente loro di lanciare questa controffensiva". Sistemi Himars per primi.