Ue, consapevole ostaggio dell'Est

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Hungarian Prime Minister Viktor Orban (C) and Cyprus President of the Republic Nicos Anastasiades (R) chat on the first day of a European Union (EU) summit at The European Council Building in Brussels on June 24, 2021. - . (Photo by Olivier HOSLET / POOL / AFP) (Photo by OLIVIER HOSLET/POOL/AFP via Getty Images) (Photo: OLIVIER HOSLET via Getty Images)
Hungarian Prime Minister Viktor Orban (C) and Cyprus President of the Republic Nicos Anastasiades (R) chat on the first day of a European Union (EU) summit at The European Council Building in Brussels on June 24, 2021. - . (Photo by Olivier HOSLET / POOL / AFP) (Photo by OLIVIER HOSLET/POOL/AFP via Getty Images) (Photo: OLIVIER HOSLET via Getty Images)

È notte fonda all’Europa Building quando Angela Merkel ammette che per ora non c’è alcuna programmazione sul vertice Ue-Russia che la cancelliera avrebbe voluto organizzare, con il sostegno di Emmanuel Macron e anche Mario Draghi. Contro il dialogo con Putin, i paesi membri dell’ex Urss danno battaglia. Li sostiene anche l’olandese Mark Rutte, loro nemico storico sui diritti, eppure in questo caso convinto che chiamare a Bruxelles 27 leader per un incontro col capo del Cremlino sarebbe una concessione troppo grande e troppo affrettata, anche alla luce delle aperture dell’alleato transatlantico Joe Biden verso il presidente russo. Ma questa è solo una parte della storia di un vertice che certifica (ancora una volta) quanto l’Unione Europea sia ostaggio più o meno consapevole dei paesi dell’est Europa. Costretta ora, per dire, ad assistere inerme al dialogo Usa-Russia senza toccare palla.

Si prenda Viktor Orban. Il premier ungherese è suo malgrado protagonista di questo summit. La sua legge anti-Lgbtqi diventa piatto principale dell’agenda, inserita all’ultimo minuto tra i punti all’ordine del giorno dopo le polemiche che hanno lambito persino gli Europei di calcio, con la proposta del sindaco di Monaco Dieter Reiter di illuminare di colori arcobaleno l’Allianz Arena e il no della Uefa. La questione ungherese rivoluziona l’ordine dei lavori, prende spazio, tempo ed emozione. Non succede così invece per l’immigrazione, dossier che Draghi riesce a spingere nelle conclusioni finali (non accadeva dal 2018), ma senza alcuna novità sul tema della solidarietà europea verso i paesi di frontiera come l’Italia.

Non esiste - e non dovrebbe nemmeno essere evocata - una gerarchia tra i diritti umani. Ma non si può non notare che sulla legge ungherese anti-Lgbtqi si scatena il dibattito, che diventa un vero e proprio ‘processo&rsqu...

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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