Ue, controversia su sostenibilità degli investimenti nel nucleare

Red
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Image from askanews web site
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Bruxelles, 31 mar. (askanews) - L'energia nucleare non solo non produce emissioni di CO2, e non è perciò dannosa per il clima, ma è anche priva di qualunque impatto dannoso sull'ambiente, e merita dunque la 'patente di sostenibilità' del sistema di classificazione degli investimenti verdi ('Tassonomia') che l'Unione europea si appresta a varare.

A dirlo non sono le organizzazioni internazionali o i media della lobby nucleare, come Foratom o World Nuclear News, ma il Centro comune di ricerca della Commissione europea (Jrc), in un parere che non è stato ancora pubblicato ufficialmente, ma che già da diversi giorni circola su diversi media internazionali.

Anche se non è da escludere che la versione finale possa contenere qualche modifica, il parere tecnico del Jrc, che secondo la richiesta formulata dalla Commissione europea nel luglio 2020 avrebbe dovuto essere 'indipendente', 'imparziale' e 'basato su prove scientifiche', non formula alcun dubbio sulla sostenibilità dell'industria nucleare rispetto al principio che impone di 'non causare danni significativi' all'ambiente ('do not significant harm'), e conclude che l'energia atomica ha un impatto ambientale pari, se non spesso addirittura inferiore, a quello delle varie forme di energia prodotte da fonti rinnovabili, idroelettrica, solare o eolica.

In effetti, c'era da aspettarsi che il Jrc, originariamente fondato nel 1957 dal Trattato Euratom, che aveva il fine di creare le condizioni per un rapido sviluppo dell'industria nucleare in Europa, prendesse una posizione pregiudizialmente favorevole a questo settore a cui è 'strutturalmente legato', come sottolinea in una nota Greenpeace. Ma le conclusioni del parere vanno molto al di là delle più rosee aspettative della lobby nucleare.

La reazione di Foratom, in un comunicato stampa del 29 marzo, è stata entusiastica: 'Secondo il Jrc, il nucleare non causa più danno alla salute umana e all'ambiente di qualunque altra tecnologia di produzione energetica che è considerata sostenibile. Di conseguenza, Foratom rivolge un appello ora alla Commissione europea affinché vada avanti con l'inclusione del nucleare nella Tassonomia per la finanza sostenibile e nello schema per l'Ecolabel dei prodotti finanziari al dettaglio'.

La Commissione invece non ha ancora reagito, trincerandosi dietro il fatto che la pubblicazione non è ancora ufficiale, e avvertendo che comunque quello emesso dal suo Centro di ricerca è solo un parere, quindi non vincolante. Un parere che dovrà essere esaminato nel merito, nei prossimi tre mesi, da due comitati tecnici europei specializzati (il primo sulla protezione radiologica e la gestione dei rifiuti radioattivi, l'altro su ambiente, salute e rischi emergenti). Solo successivamente, a fine giugno-inizio luglio, la Commissione prenderà la sua decisione finale, attraverso un 'atto delegato', ovvero con la consultazione dei rappresentanti degli Stati membri (che potranno opporsi alla sua proposta solo a maggioranza qualificata).

Ma come si è arrivati a questo? Nel marzo 2020, il Comitato europeo di esperti Teg ('Technical Expert Group on Sustainable Finance'), incaricato di decidere quali attività economiche inserire nella Tassonomia, quali escludere e quali ammettere solo transitoriamente, non era riuscito ad arrivare a una conclusione univoca sulla classificazione del nucleare.

Pur ammettendo che l'energia atomica rispetta i due obiettivi (mitigazione e adattamento) relativi alla lotta al cambiamento climatico previsti dalla Tassonomia verde, il Teg lasciava aperta la questione riguardo agli altri quattro obiettivi ambientali del sistema di classificazione degli investimenti sostenibili: la transizione all'economia circolare (riuso o riciclo dei materiali e abbattimento della generazione di rifiuti), la protezione dell'acqua, degli ambienti acquatici e delle risorse marine, la prevenzione e il controllo dell'inquinamento di aria, acqua e suolo, e infine la protezione e il ripristino della biodiversità e degli ecosistemi.

Il compito affidato dalla Commissione al Jrc era chiarissimo: esaminare, avvalendosi di analisi rigorose e dimostrazioni scientifiche, se e in che misura la produzione di energia nucleare e le attività legate (estrazione dell'uranio, trasporto dei materiali, costruzione delle centrali, controllo delle radiazioni, gestione delle scorie etc.) abbiano un impatto dannoso su ciascuno di questi quattro obiettivi ambientali.

La risposta del Centro comune di ricerca della Commissione è altrettanto chiara: no, nessun danno, il nucleare è perfetto, ed è assolutamente sostenibile dal punto di vista ambientale.

Il punto più cruciale su cui il Jrc prende una posizione netta, che si può senza alcun dubbio ritenere controversa, riguarda la questione del trattamento delle scorie ad alta radioattività e lunghissimo decadimento prodotte dalle centrali atomiche, in particolare dal combustibile esausto dei reattori.

'C'è un ampio consenso scientifico e tecnico sul fatto che lo smaltimento delle scorie ad alta radioattività di lunga durata in formazioni geologiche profonde sia, allo stato attuale delle conoscenze, considerato come un modo appropriato e sicuro di isolarle dalla biosfera per un periodo temporale molto lungo', ovvero per un periodo di decadimento di circa 100.000 anni, afferma il Centro di ricerca; ma poi ammette che, in termini di attuazione pratica, attualmente non esiste ancora alcun deposito geologico profondo di smaltimento delle scorie nucleari, e i pochi già progettati arriveranno solo fra una decina d'anni.

'Al momento - si legge nel parere - non è disponibile alcuna esperienza di lungo termine, perché le tecnologie e le soluzioni sono ancora nella fase dimostrativa e sperimentale ('testing', ndr), e stanno procedendo verso la prima fase di attuazione operativa. Finlandia, Svezia e Francia sono a uno stadio avanzato di attuazione dei loro siti nazionali per lo smaltimento in depositi geologici profondi, che ci si attende diventeranno operativi entro la fine del decennio'.

Tuttavia, argomenta il Jrc, siccome nella Tassonomia degli investimenti sostenibili è stato accettato l'inserimento dei depositi sotterranei per la cattura e il sequestro della CO2 (Carbon Capture and Storage, Ccs) come attività che possono essere finanziate, perché permetterebbero di abbattere le emissioni dei gas fossili, così dovrebbe essere fatto anche per i depositi geologici profondi per le scorie nucleari. Neanche per il Ccs, in effetti, esistono ancora degli esempi concreti di attuazione operativa.

Una motivazione che apparentemente non fa una piega, se non fosse per due particolari: innanzitutto, l'esistenza e il funzionamento degli impianti di Ccs sono, nella Tassonomia, una condizione per considerare sostenibile, durante una fase di transizione, il gas fossile da cui vengono 'catturate' le emissioni di CO2. Dunque, se si vuole rispettare la similitudine, il nucleare non dovrebbe essere considerato sostenibile fino a che non saranno operativi i depositi geologici profondi per le scorie.

In secondo luogo, stupisce la scarsa considerazione di due fattori che dovrebbero evocare immediatamente il principio di precauzione: la gravità immensa e l'irreparabilità dei danni che potrebbero essere causati da un deposito di scorie nucleari in caso di fughe radioattive, durante i loro 100.000 anni di vita, rispetto alle relativamente molto meno pericolose e più gestibili conseguenze di un malfunzionamento di un deposito sotterraneo di CO2, sempre che gli uni e gli altri siano mai realizzati davvero.

Suscita perplessità, poi, il fatto che vengano considerate dal Jrc come prove scientifiche delle simulazioni mai testate davvero in condizioni reali, e che ci si basi su previsioni, e non sui risultati reali, per valutare l'impatto di una tecnologia.

Al rischio di nuovi incidenti gravi, come quelli già avvenuti a Three Mile Island (Usa, 1979), Cernobyl (Urss, 1986) e Fukushima (Giappone, 2011) viene attribuita una 'probabilità estremamente bassa, anche se non possono essere esclusi con una certezza del 100%'. Ma il tasso di mortalità comparato (numero di morti per Gigawatt-ora di energia generata) è 'molto più basso di quello di qualsiasi altra tecnologia di produzione di elettricità da fonti fossili, e comparabile a quello del comparto idroelettrico e dell'eolico nei paesi Ocse', sottolinea il Jrc, aggiungendo che 'solo il solare ha un tasso di mortalità significativamente più basso'.

Appare sorprendente, infine, la leggerezza con cui il parere del Centro di ricerca della Commissione liquida le questioni che avrebbe dovuto porsi rispetto al principio 'do not harm'. Il Jrc non vede problemi nel fatto che l'industria nucleare richieda grandi quantità di acqua per il raffreddamento, che poi scarica spesso a temperature elevate nell'ambiente, considerandolo come un 'potenziale significativo di inquinamento' che però può essere 'strettamente controllato'. Il consumo di acqua dell'industria nucleare, inoltre, 'rimane comparabile a quello del solare concentrato e del carbone' (e non si capisce cosa c'entri il carbone), anche se ammette che 'gli effetti ambientali potenziali di un consumo eccessivo va attentamente analizzato' e che andrebbe 'applicata una soluzione ottimale'.

E' paradossale, poi, considerare, che sia compatibile con l'economia circolare un'attività che non solo non ricicla una buona parte dei suoi materiali (perché sono spesso radioattivi, anche se non sempre ad altissimo livello), ma assicura che i suoi rifiuti avranno bisogno di 100.000 anni per essere smaltiti.

In realtà, un tentativo di applicazione dei principi dell'economia circolare può essere individuato negli 'sforzi significativi che sono stati dedicati a massimizzare la frazione di combustibile nucleare esausto che può essere riciclato', e di ridurre i residui radioattivi con le tecniche di separazione e trasmutazione ('partitioning and transmutation') ma in questo complesso e promettente processo siamo ancora al livello dimostrazioni di laboratorio, con un livello tecnologico 'non ancora pronto per la maturità industriale', ammette il Jrc.

Ora la Commissione, prima di prendere la sua decisione, dovrà considerare se sconfessare questo parere e il suo Centro di ricerca, affidandosi ad altri esperti davvero indipendenti e non pregiudizialmente favorevoli al nucleare, oppure se sposare pienamente la posizione del Jrc, spalancando senz'altro le porte della Tassonomia verde al nucleare (dopo le aperture, parziali e temporanee, ma sempre più numerose, che si annunciano anche rispetto a una fonte fossile come il gas).

Nel secondo caso, la Tassonomia Ue per gli investimenti sostenibili, che aveva l'obiettivo di evitare il 'greenwashing' del marketing menzognero, diventerebbe essa stessa una gigantesca operazione di greenwashing, mettendo a rischio anche gli obiettivi del Green Deal europeo.