Ue, il giurista Irti: "No a professioni di fede, su temi europei serve asciutta razionalità"

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"Radi, nella nostra storia, gli uomini di governo, provvisti di alto e rigoroso sentimento del diritto (che non è - subito avverto - sentimento dei diritti). Non parlo di autentici giuristi, chiamati a uffici istituzionali, come il grande Alfredo Rocco, e Giovanni Leone, Antonio Segni, Francesco Cossiga; né di ministri, i quali si valgano di illustri collaboratori (rimane esemplare il caso di Dino Grandi, che, nei lavori preparatori per il nuovo codice di procedura civile, si giovò della triade accademica più autorevole: Francesco Carnelutti, Piero Calamandrei, Enrico Redenti). Parlo di uomini di governo, a dir così, lontani dagli studi giuridici, e tuttavia presi nella necessità di tradurre programmi politici o piani economici nella concretezza di specifiche leggi". Lo scrive il giurista Natalino Irti in un intervento sul Sole24Ore.

"La positività delle norme (che siano limpide nel testo ed esigue nel numero) è l'indispensabile strumento di qualsiasi politica economica e sociale - sottolinea Irti - Soltanto così le scelte di governo, ossia la scelta di fini di una comunità in una data situazione storica, possono farsi orientatrici della convivenza. Anche gli ideali più alti, i disegni più ambiziosi, gli aneliti umanitari più evangelici; anche essi hanno bisogno di strumenti legali, cioè di tutela giudiziaria e di potere coercitivo. L'assenza o la debolezza di queste garanzie condanna le leggi, e idee e piani che vi si incorporino, allo scacco e all'impotenza. Perciò si rallegra il giurista quando legge nella prosa del bavarese Manfred Weber, parlamentare europeo: 'L'Ue non è uno Stato e questo è chiaro, la Brexit lo ha dimostrato: un Paese se vuole può lasciare l'Unione, è un'unione di Stati sovrani che vogliono fare cose insieme. Gli Stati membri decidono quali sono le competenze a livello europeo, condivido questa prospettiva e abbiamo bisogno di un controllo e bilanciamento reciproco'. Ottimo esempio di uomo politico, che obbedisce al più concreto positivismo dei trattati, e si mostra alieno da emozioni e mitologie. Egli sa configurare l'Unione, non come fatto 'irreversibile' della storia, ma come ente giuridico voluto da Stati, sovrani nell'aderire e sovrani nel ritrarsene, che rinunciano a regolare date materie, e così istituiscono le competenze degli organi europei. 'Competenza' è la sfera, di cui gli Stati membri delegano la disciplina, ed alla quale, per vincolo di trattati, debbono sottostare. La sobria prosa del Weber riesce più educatrice e illuminante di solenni e mistiche professioni di fede. Anche sui temi europei abbiamo bisogno di asciutta razionalità", conclude Irti.

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