UE, il piano d'azione

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L'Unione europea si era presentata alla COP26 di Glasgow con tre obiettivi: ottenere impegni per ridurre le emissioni anche in questo decennio, per mantenere il target di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi; in secondo luogo, raggiungere il traguardo di cento miliardi di dollari all'anno di finanziamenti per il clima ai Paesi in via di sviluppo e vulnerabili e, terzo, ottenere un accordo sul regolamento di Parigi. Chiusa la Conferenza, per Bruxelles sono stati fatti ampi progressi su tutti i tre fronti.

Nel concreto, diversi impegni (e promesse) della Commissione europea sono già stati tradotti in atti: l'impegno globale per ridurre del 30 percento le emissioni da metano entro il 2030, voluto da Ue e USA, è stato sottoscritto da oltre cento Paesi; Bruxelles ha stanziato quattro miliardi di euro in più, portando a 27 (sul totale promesso di cento) i finanziamenti annuali per il clima ai Paesi vulnerabili; ha partecipato alla strategia per la decarbonizzazione del Sudafrica; ha stretto una partnership con Bill Gates per mobilitare un miliardo di dollari e finanziare i progetti innovativi a favore della transizione green; ha annunciato una nuova strategia contro la deforestazione (non solo stanzierà un miliardo di euro da qui al 2030 ma prevede il divieto d'importazione dei prodotti che ne sono causa) e ha inaugurato il Global Gateway, piano di investimenti (300 miliardi di euro entro il 2027) per un'anti via della Seta cinese non solo più democratica ma anche più green.

Guardando già alla prossima Cop in Egitto

“Se tutti gli impegni a lungo termine annunciati a Glasgow verranno attuati, dovremmo mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi. Quindi dobbiamo lavorare ulteriormente, in modo che la conferenza sul clima del prossimo anno in Egitto ci metta saldamente sulla buona strada per 1,5 gradi”. È il commento della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, alle conclusioni della Conferenza. “Ognuno deve assumersi le proprie responsabilità. Nell'Ue ridurremo le nostre emissioni di almeno il 55 percento entro il 2030. Entro il 2050 diventeremo i primi Paesi climaticamente neutri. E continueremo a sostenere i nostri partner per accelerare la loro transizione climatica”, sono le promesse.

Il suo vice, Frans Timmermans, è stato più pragmatico nella sua relazione sulla COP26 al Parlamento europeo: “Non ha risolto la crisi climatica, ma non era nemmeno questo il suo scopo. Doveva portare gli obiettivi dell'Accordo di Parigi a portata di mano e consentirci di avviare l'attuazione di questo accordo. Questo ha fatto”, ha spiegato. “Ha affinato la nostra attenzione e ci ha dato slancio. Credo che rappresenti un chiaro progresso. Credo che ora stiamo andando nella giusta direzione, una direzione stabilita due anni fa dall'Unione europea”, ha rivendicato il commissario socialista olandese, che a Bruxelles ha la gestione del dossier clima. “La COP di Glasgow ha abbracciato il più alto livello di ambizione degli Accordi di Parigi come nostro obiettivo comune. Ora abbiamo un consenso globale sulla necessità di limitare il cambiamento climatico a 1,5 gradi. Sembra quasi un dato di fatto, ma dieci giorni prima dell'avvio della COP il mantra era ancora sotto i due gradi. Alcuni Paesi contestavano persino il fatto che Parigi abbia mai parlato di 1,5 gradi”, ha evidenziato.

“Due anni fa, alla COP di Madrid, l'Ue stabilì la nostra ambizione per la neutralità climatica entro il 2050. In quella fase, c'erano poche o nessuna mossa da altri importanti emettitori del G20. Cina, Stati Uniti, ma anche Giappone, Corea del Sud, India, Russia, Arabia Saudita e altri. Da allora, ciascuno di questi Paesi ha annunciato i propri obiettivi, che variano dalla neutralità climatica nel 2050 alle emissioni di carbonio ‘net zero' nel 2060 e, in un singolo caso, nel 2070, l'India. Il 90 percento dell'economia globale è ora su una traiettoria ‘net zero'. Solo un anno fa era appena il 30 percento”, ha ricordato Timmermans.

L'ottimismo della Commissione europea è dettato, in particolare, dal successo di aver portato oltre cento Paesi ad aderire all'impegno globale sul metano. Iniziativa nata dalla volontà di Stati Uniti (più grande produttore mondiale di idrocarburi) e, appunto, l'Ue (il più grande consumatore). L'impegno collettivo è ridurre del 30 percento le emissioni globali di metano entro il 2030.

Secondo l'ultima relazione del gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico, su cui si basa Bruxelles, il metano è responsabile di circa la metà dell'aumento netto di un grado Celsius della temperatura media mondiale dall'epoca preindustriale. “Una rapida riduzione delle emissioni di metano è complementare all'azione relativa all'anidride carbonica e ad altri gas a effetto serra ed è considerata l'unica strategia davvero efficace per ridurre il riscaldamento globale a breve termine e per fare in modo che l'obiettivo di limitare il riscaldamento a 1,5 gradi Celsius resti realistico”, sostiene l'Ue.

I 105 Paesi che aderiscono all'iniziativa (mancano però Cina, Russia e Australia) si impegnano a raggiungere entro il 2030 l'obiettivo comune di ridurre le emissioni mondiali di metano di almeno il 30 percento rispetto ai livelli del 2020 e di passare a usare le migliori metodologie d'inventario disponibili per quantificare le emissioni di questo gas, con particolare attenzione alle fonti ad alte emissioni. La concretizzazione dell'impegno mondiale sul metano ridurrebbe il riscaldamento di almeno 0,2 gradi Celsius entro il 2050.

Meno convincente invece l'impegno per stanziare cento miliardi l'anno per i finanziamenti al clima destinati ai Paesi in via di sviluppo. L'obiettivo era anticipare il traguardo al 2023 ma nella dichiarazione finale del COP26 non viene specificata una data. L'Ue si è dimostrata, tuttavia, più generosa aggiungendo altri quattro miliardi per la propria quota, portandola a 27 miliardi. “Se tutti faranno la propria parte potremo arrivare ai cento miliardi già nel 2022”, ha detto von der Leyen. Ma forse è poco più che un suo auspicio.

Qualche intervento concreto su questo fronte a Glasgow c'è stato: Sudafrica, Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti d'America, insieme all'Unione europea, hanno annunciato una “Partnership per una giusta transizione energetica” a sostegno degli sforzi di decarbonizzazione del Sudafrica. Si tratta di un impegno iniziale di 8,5 miliardi di dollari per la prima fase di finanziamento, attraverso vari meccanismi tra cui sovvenzioni, prestiti e investimenti agevolati e strumenti di condivisione del rischio, anche per coinvolgere il settore privato. Nelle previsioni, il partenariato preverrà fino a 1-1,5 gigatonnellate di emissioni nei prossimi 20 anni e aiuterà il Sudafrica ad abbandonare il carbone e ad accelerare la sua transizione verso un'economia a basse emissioni e resiliente al clima.

Spinta alle tecnologie e lotta alla deforestazione

E ancora: von der Leyen e Bill Gates, in veste di fondatore di Breakthrough Energy, hanno dato avvio ufficiale a un partenariato pionieristico che stimolerà gli investimenti nelle tecnologie indispensabili per il clima. Il partenariato mobiliterà tra il 2022 e il 2026 fino a un miliardo di dollari per accelerare la diffusione e commercializzare rapidamente tecnologie innovative che concorrano alla realizzazione delle ambizioni del Green Deal europeo e al conseguimento degli obiettivi climatici dell'Ue per il 2030. Sono quattro i settori interessanti: idrogeno pulito; carburanti sostenibili per l'aviazione; captazione diretta dall'aria e stoccaggio di energia di lunga durata.

Per molti osservatori il vero successo della COP26 è però la lotta alla deforestazione: oltre cento leader del mondo, che guidano i Paesi ospitanti l'86 percento delle foreste del globo, si sono impegnati a stroncare la deforestazione entro il 2030, mettendo sul tavolo impegni finanziari (che comprendono anche investimenti privati) per un ammontare di 19,2 miliardi di euro. L'Unione europea si è impegnata per un miliardo, di cui 250 milioni da destinare al Bacino del Congo (secondo polmone della Terra dopo l'Amazzonia). Ma la Commissione è andata oltre. Pochi giorni dopo la COP, Bruxelles ha svelato la sua strategia per combattere su un altro fronte la deforestazione: impedire l'accesso al mercato dell'Unione dei prodotti originati dalla deforestazione.

“Tra il 1990 e l'anno scorso abbiamo perso 420 milioni di ettari di foresta, un'area più grande dell'Unione europea”, ha spiegato Timmermans. E in questo l'Ue ha delle importanti responsabilità. La sua domanda di materie prime, come olio di palma, soia, legno, carne di manzo, cacao e caffè e derivati come cioccolato e mobili, è un forte fattore di deforestazione. Proprio questi prodotti sono finiti nel mirino della nuova azione dell'esecutivo europeo. “Sempre più cittadini vogliono che venga messo fine a tutto ciò. La nostra proposta crea quindi un solido sistema di due diligence: garantisce che vengano importati questi prodotti solo con la certezza che non siano causa di deforestazione e che siano prodotti legalmente”, ha annunciato Timmermans.

La lista, che al momento non contiene la gomma per una scelta politica, potrebbe essere estesa in futuro, ha assicurato il commissario europeo all'Agricoltura, Virginijus Sinkevicius. Le aziende dovranno garantire che le merci e i prodotti non siano stati prodotti su terreni disboscati o degradati dopo il 31 dicembre 2020 e che siano stati prodotti in conformità con le leggi del Paese di produzione. Il mancato rispetto dei requisiti comporterà il divieto di immettere i prodotti sul mercato dell'Ue. “Chi consuma le foreste non avrà accesso al mercato unico Ue. Non sarà consentita la vendita di carne, soia, olio di palma, legno, cacao e caffè prodotti in aree di nuova deforestazione”, ha sintetizzato il commissario europeo all'Economia, Paolo Gentiloni.

Infine, anche in nome del clima, la Commissione ha inaugurato la strategia Global Gateway per investire nella costruzione di infrastrutture nel mondo. Si tratta di un impegno di 300 miliardi per i prossimi sette anni. “L'Ue offrirà ai propri partner una risposta alle urgenti necessità di sviluppare infrastrutture digitali, climatiche ed energetiche sostenibili e di elevata qualità e di rafforzare i sistemi sanitari, di istruzione e di ricerca in tutto il mondo, tenendo conto delle loro esigenze e degli interessi dell'Ue”, ha spiegato l'esecutivo europeo.

* Giornalista dell'agenzia di stampa AGI. È corrispondente da Bruxelles

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di dicembre 2021 di WE World Energy. WE World Energy è il magazine internazionale sul mondo dell'energia pubblicato da Eni - diretto da Mario Sechi - che con il suo portato di esperienza e scientificità si è guadagnato una posizione di grande rilievo nel panorama internazionale dei media di settore.

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