Ue nano bastonato davanti a Polonia e Turchia

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(Photo: Anadolu Agency via Getty Images)
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Molti di noi si erano adagiati comodamente sull’idea che l’Europa fosse un “gigante gentile”. Gigante per forza economica, sviluppo sociale, progresso tecnologico; gentile per la capacità avvolgente di offrire al mondo il proprio soft power, se l’espressione si può ancora usare, frutto di cultura, tradizione, innovazione, regole. Non ha bisogno di molta pubblicità il modo di vivere degli europei, certo diversi tra loro, ma accomunati da una cifra riconosciuta e apprezzata ai quattro angoli del pianeta. Ora però, per essere realisti, faremmo bene a non cullarci più su quel racconto, come a un certo punto si devono mettono da parte le favole da leggere ai bambini. Sotto una gragnola di colpi concentrici, interni ed esterni, l’Europa rischia ormai seriamente di perdere l’aureola del gigante gentile e di diventare invece un nano bastonato. I due ultimi problemi, con Polonia e Turchia, fanno riflettere.

Con Varsavia il rapporto è teso già da tempo. I polacchi sanno quanto lo sviluppo del loro Paese, dopo il 2004, è dipeso dall’Unione europea, generosa dispensatrice di risorse, in particolare a beneficio del più importante tra i nuovi membri dell’Ue. Non a caso l’85% della popolazione polacca sostiene l’adesione della Polonia all’Unione europea. Il che non ha impedito al governo di Varsavia di entrare a più riprese negli ultimi anni in rotta di collisione con Bruxelles. Sulle politiche migratorie la disponibilità polacca è stata pari a zero, alcuni diritti fondamentali (Lgbt) incredibilmente calpestati, poi è esploso il tema dello stato di diritto.

C’è in ballo la subordinazione dell’ordine giudiziario al potere esecutivo, che riporta le lancette della storia europea indietro di vari decenni, seguita da una contestazione frontale del principio cardine della prevalenza del diritto comunitario su quello nazionale. Sono scelte di fondo, non dettagli. Finora l’Ue ha cercato di spiegare, moderare, trattare. Ha tenuto presente la speciale sensibilità di Paesi già troppo a lungo repressi, nell’era comunista, dalla sovranità limitata e ora a disagio con nuove - anche se ben diverse - cessioni di sovranità. Ha parlato in sostanza con la voce di Angela Merkel, attenta ai valori di fondo ma ancor più alla coesione dell’Ue. Tutto chiaro, ma è bastato? I problemi sono tuttora sul tavolo, anzi più aggrovigliati. I Ventisette sono divisi, ne parlano a porte chiuse senza trovare il bandolo della matassa. È naturale che nelle otto pagine di conclusioni del Consiglio europeo di venerdì non vi sia neanche una parola sul tema.

L’attenzione e la pazienza nei confronti del governo di Mateusz Morawiecki e dei suoi assurdi paralleli tra il Terzo Reich e l’Unione europea non potranno essere illimitate. È giusto ricercare ogni possibilità di compromesso, tuttavia conviene ricordare che alla lunga sulle norme si può negoziare e transigere, sui principi no. Le contraddizioni non stanno a Bruxelles, stanno in seno al governo di Varsavia e al Pis, che alimenta il sospetto di spingere surrettiziamente verso una Polexit anche se osteggiata dai più. Quanto tempo sarà ancora necessario per chiarire il quadro?

Fuori dai confini dell’Ue la Turchia resta un partner importante, tra incomprensioni, delusioni e strappi. Anche con Ankara una diplomazia intelligente deve puntare al dialogo, per parlare però occorre essere in due. La decisione di Recep Tayyip Erdogan di dichiarare persona non grata gli ambasciatori di dieci Paesi occidentali, tra cui sei dell’Ue (Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Olanda e Svezia), è la classica mossa di un regime in affanno sul piano interno, che sceglie uno spregiudicato diversivo a effetto per cercare di riaffermare la propria autorità. Le espulsioni senza precedenti dei diplomatici, tra cui anche l’ambasciatore degli Stati Uniti, vanno comunque valutate anche dal punto di vista europeo.

Sarebbe sbagliato derubricarle a mere questioni bilaterali. La reazione di Erdogan, che ne rivela tutta l’insofferenza a ogni accenno a diritti e doveri fondamentali anche per la Turchia, riguarda l’intera Ue, non solo i singoli Paesi dei malcapitati rappresentanti messi alla porta senza tanti complimenti. E’ a Bruxelles che dovrebbe essere ormai definita dagli Stati membri una strategia credibile verso la Turchia; da lì dovrebbe venire una risposta chiara su intenti, possibilità e prospettive delle relazioni con Ankara al di là dell’infelice episodio di questi giorni. Per ragioni evidenti, la Turchia merita la nostra maggiore attenzione, anche per quella parte di Paese che nonostante ritardi, battute d’arresto e involuzioni interne, continua a guardare con speranza all’Europa. Invece gli europei continuano a essere paralizzati dalle troppe divergenze in seno all’Ue.

Se la Conferenza sul futuro dell’Europa, avviata da mesi in sordina e senza troppa convinzione, volesse davvero facilitare un passo avanti nell’odierno, confuso cantiere europeo, dovrebbe verificare se in queste condizioni sia possibile rafforzare almeno un po’ il gigante (troppo) gentile, per fronteggiare meglio questi e altri prevedibili colpi.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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