"Un amore continuo": Vera e Giuliano Montaldo, gentildonna e gentiluomo senza tempo

Giuseppe Fantasia
·Journalist
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Vera e Giuliano Montaldo (Photo: hp)
Vera e Giuliano Montaldo (Photo: hp)

Interno giorno, quartiere Prati, Roma. Una casa bella e grande, un ambiente vissuto ma ordinato nonostante i tanti oggetti, i quadri, i mobili e i libri, una luce perfetta, calda e accogliente che rispecchia l’essere dei due proprietari che la abitano: Vera Pescarolo e il regista Giuliano Montaldo.

La telecamera di Fabrizio Corallo – giornalista, autore tv e regista, tra gli altri, di “Sono Gassman! Vittorio re della commedia” (2018), “Citizen Rosi” (2019) e “Siamo tutti Alberto Sordi?” (2020) – è riuscita ad entrare senza mai essere invadente in quello che è il loro spazio più intimo, raccontando così la storia del loro grande amore e del lungo e fecondo sodalizio artistico che li lega da quasi sessant’anni. Il risultato è “Vera & Giuliano”, un documentario prodotto da Cannizzo Produzioni e Rai Cinema che è stato presentato in anteprima alla 15esima Festa del Cinema di Roma.

“È la storia di un gentiluomo e di una gentildonna senza tempo”, spiega Corallo all’HuffPost, “la storia di due persone speciali che rievocano il loro comune impegno etico nel dar vita a un cinema pronto a denunciare ogni tipo di intolleranza, coltivando le loro affinità e identità di vedute esistenziali con un allegro e costante mutuo soccorso”.

Grazie a lui, Montaldo - 90 anni compiuti lo scorso febbraio - ripercorre la sua vita, sua moglie la sua ed entrambi quella trascorsa insieme fino ad oggi, senza mai imbattersi in quelle banalità tipiche di documentari simili, pieni di momenti inutili quanto scontati. Qui a prevalere sono l’autenticità e la libertà, che sono stati poi i principi fondamentali che Vera, per prima, ha fatto suoi sin da ragazzina, grazie ai preziosi insegnamenti dei genitori, il comandante Leo Pescarolo e la grande attrice Vera Vergani. “Si conobbero su una nave, mentre lei stava andando negli Stati Uniti”, racconta nel film avvolta da abiti bianchi, abbinati agli occhiali. “Lui le chiese di lasciare le scene; Mussolini le scrisse un telegramma dicendole che poteva sposarlo ma che doveva continuare a recitare perché era un simbolo nazionale. Lei strappò il telegramma e sposò mio padre, infischiandosene totalmente”.

Vera e Giuliano Montaldo (Photo: hp)
Vera e Giuliano Montaldo (Photo: hp)

Montaldo, fino ai vent’anni, visse a Genova, la sua città, quella dove c’erano “cinque cinema sotto i portici e altri sette sotto altri, una sorta di multisala”, ricorda. All’epoca recitava in un piccolo teatro. Una sera lo vide Carlo Lizzani che gli chiese poi di fare l’attore per il suo film “Achtung Banditi” con la Lollo, lui nei panni di un commissario partigiano, quasi un gioco del destino perché quando aveva quindici anni, dimostrando sempre molto di più della sua età effettiva (“quando sono nato pesavo 5,2 kg, sulla culla scrissero Maciste”) fu un partigiano davvero nel 1945. “Accettai subito la proposta di Carlo e fu così che mi si aprirono le porte di Roma e del cinema”, continua a raccontare. Diventò aiuto di Lizzani e poco dopo arrivò anche il suo primo film da regista, “Tiro al piccione” (1961), “la storia di un ragazzo che aveva sbagliato strada”. Il film venne presentato anche al Festival di Venezia, ma seguirono più critiche che elogi. “Allora capii che il piccione ero io”, continua Montaldo, “volevo abbandonare il cinema”.

L’occasione, però, può arrivare quando uno meno se lo aspetta e a chiamarlo fu il produttore “Leo Pescarolo. “Mi salvò. Fui ricevuto nel suo ufficio e la prima cosa che vidi fu una creatura splendida che mi guardava e mi sorrideva. È mia sorella, mi disse lui (con lo stesso nome del padre comandante, ndr), è la mia socia. Una giornata indimenticabile, perché avevo ricevuto insieme una proposta di lavoro e un colpo al cuore”.

Non lo fu però per lei, almeno nell’immediato. “Mi colpirono i tuoi occhi celesti che continuavano a fissarmi, pensavo che fossi matto”, gli dice Vera (che si chiama come la madre, ndr). “All’inizio ti ho voluto considerare come un amico, poi le cose sono cambiate e oggi sono il bastone della tua vecchiaia”, aggiunge ridendo. Lo ha sempre consigliato e continua a farlo ancora dopo tanti anni. I film western non glieli fece mai fare – “altrimenti lo avrei lasciato” – e dopo “Ad ogni costo” (1967) con Janeth Leigh e Klaus Kinsy, cominciarono a lavorare insieme, lei il suo aiuto in tutto, in “Gott Mit Uns” (Dio è con noi) e poi in tutti i film di Montaldo. Tra questi, il più iconico e il più amato in tutto il mondo è stato “Sacco e Vanzetti” (1971), la vera storia di quelli che il regista definisce “vittime dell’intolleranza”, un’intolleranza nata dalla psicosi degli americani che si sentivano minacciati dall’anarchia e dal comunismo, come disse Indro Montanelli in un’intervista.

A interpretare i protagonisti di quello che fu definito un delitto di Stato, presentato con successo al Festival di Cannes che scatenò altre e continue proiezioni come dibattiti, manifestazioni e denunce di quell’ingiustizia in ogni angolo del Globo tanto che gli americani, nel 1977 dichiararono il 23 agosto Giornata della Memoria di Sacco e Vanzetti - furono Riccardo Cucciolla e Gian Maria Volonté, che poi Montaldo scelse come protagonista di “Giordano Bruno” (1973). “Quei due martiri, ricorda Montaldo, parlavano di anarchia, ma per loro era da intendere come sindacalismo, una maniera per difendere i lavoratori e non certo uno strumento violento così come venne dipinto”. Le musiche del film, come molte di quelli dei suoi film, sono di Ennio Morricone (“mio grandissimo amico assieme a sua moglie Maria”) e di Joan Baez, convinta a prendervi parte grazie a un incontro fortuito di Montaldo con Furio Colombo a New York.

Il documentario scorre velocemente tra i loro ricordi e quelli della figlia Elisabetta Montaldo e del figlio di lei Inti Carboni che era piccolissimo quando girarono il fortunato sceneggiato Rai “Marco Polo” (1982), oggi produttore e aiuto regista, stretto collaboratore dei suoi nonni sul set. “Abbiamo ascoltato e filmato incantati i loro racconti e abbiamo cercato in seguito in fase di montaggio di metterli in ordine secondo temi ed emozioni - aggiunge Corallo - consapevoli dell’opportunità più unica che rara di aver potuto condividere e assimilare tante lezioni impartite con leggerezza e disincanto impagabili”.

Nel film ci sono lezioni di vita e di impegno civile, di dignità e di stile, di Storia del cinema e di Storia d’Italia con un continuo, quanto piacevole, alternarsi di affinità e divergenze, entusiasmi e indignazioni, liti improvvise e riappacificazioni, il loro “giocattolo”, se così si può dire, citando il loro film con Nino Manfredi che con questo ha poco a che fare se non nel titolo.

“Il nostro è stato ed è un amore continuo”, conclude Montaldo. “A lei piace litigare, ma soprattutto fare pace. Se non ci fosse stata Vera, non avrei fatto questo mestiere. Lei lo sa ed è per questo che mi tolgo il cappello per dirle grazie e lo faccio un numero di volte che non può che essere infinito”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.