"A un anno da Capitol Hill la democrazia Usa è ancora sotto minaccia"

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Ruth Ben-Ghiat (Photo: Getty/Ruth Ben-Ghiat)
Ruth Ben-Ghiat (Photo: Getty/Ruth Ben-Ghiat)

“Donald Trump era salito al potere per distruggere la democrazia. Il colpo di Stato a Capitol Hill è fallito, ma la società americana è ancora spaccata in due, travolta dalle violenze e sommersa da un’onda di illiberalismo che minaccia l’esistenza stessa della democrazia”. Ruth Ben-Ghiat è docente di Storia e Italian Studies alla New York University e advisor dell’organizzazione Protect Democracy. Il suo sguardo su Trump e sugli eventi che un anno fa sconvolsero il mondo è quello di una storica che ha dedicato buona parte della sua ricerca agli autocrati e alle minacce che questi rappresentano per le democrazie. Nel suo ultimo libro – il bestseller “Strongmen: From Mussolini to the Present (Norton, 2020)” - esamina come i leader illiberali utilizzino la corruzione, la violenza, la propaganda e il machismo per rimanere al potere. Tutti campi in cui Trump si è rivelato un campione, ancora in grado di esercitare una presa fortissima sul Partito Repubblicano.

Professoressa Ben-Ghiat, a un anno di distanza, qual è l’eredità dell’insurrezione del 6 gennaio a Capitol Hill?

“Il 6 gennaio ha infranto tanti tabù: la tremenda violenza di quel giorno, il disprezzo mostrato per la legalità e la vita, il fatto che la sicurezza del vice-presidente fosse minacciata - tutto questo è incredibile. Il colpo di Stato è fallito ma è stato comunque un evento radicalizzante, ha creato una nuova comunità di estremisti che si sono trovati quel giorno, tutti uniti nell’ambizione di salvare il loro capo, Trump”.

Da cosa deriva la crisi della democrazia in America? Quanto è profonda questa crisi?

“Dai tempi del fascismo, i leader autoritari hanno avuto fortuna quando la società ha passato un periodo denso di progresso, sia nei diritti dei lavoratori, sia nell’emancipazione delle donne, o nella parità razziale. Dopo 8 anni della presidenza di Obama - il primo presidente afroamericano, che ha legalizzato i matrimoni gay, imposto l’uguaglianza di genere nelle forze armate e molte altre misure - l’America era pronta per un anti-Obama: un uomo-bruto, apertamente misogino e razzista, che si vantava nel gennaio 2016 di poter sparare a qualcuno senza perdere la propria popolarità. Il Partito Repubblicano ha incoronato questo fuorilegge, dandogli la nomination presidenziale.

Dopo 4 anni di Trump, che era venuto al potere per distruggere la democrazia, l’America è spaccata in due, travolta dalle violenze dei suoi seguaci e sommersa da un’onda di illiberalismo che minaccia l’esistenza stessa della libertà americana”.

Quali sono i punti di contatto tra Donald Trump e gli altri “strongmen” analizzati nel suo libro? E cosa invece lo rende “speciale”?

“Purtroppo per noi americani, Trump possiede le stesse caratteristiche personali di molti strongmen: un temperamento opportunistico, amorale, che gli permette di stringere alleanze con tutti. Come il Duce, quest’uomo decisamente impuro è stato capace di farsi celebrare dai religiosi (gli ortodossi ebrei e sopratutto i cristiani evangelici); è anche un talentuoso performer e propagandista, fornitore di slogan (come Mussolini e Berlusconi) ed è un maestro nell’arte di minacciare e dominare gli altri. Vuole il potere a tutti i costi.

È diverso da altri strongman in quanto non legge. Persino Berlusconi, l’uomo di spettacolo, leggeva i briefing che i suoi consiglieri gli preparavano. Non Trump, che guardava la TV per 8 ore al giorno e faceva disperare i suoi assistenti, al punto che dovevano condensare tutto in un giorno oppure fare dei disegni per catturare la sua attenzione.

Spesso è paragonato a Berlusconi, ma in verità era un businessman fallito, che sopravviveva solo grazie ai prestiti di Deutsche Bank e dei cinesi e, si dice, al suo business real estate che lavava i soldi dei russi. Al suo arrivo alla Casa Bianca era già fortemente compromesso. Anche se Berlusconi aveva rapporti finanziari poco chiari con Putin, di certo non era in debito verso gli interessi stranieri quanto Trump”.

Quanto è ancora forte la sua presa sul Partito Repubblicano e dunque sulla politica americana?

“Il genio di Trump è stato di imporre una disciplina autoritaria sul Partito Repubblicano, con requisiti di lealtà ferrea, al punto che politici repubblicani che gli si sono opposti, ad esempio votando per il suo impeachment nel febbraio 2021, hanno dovuto comprare giubbotti antiproiettile e assumere guardie del corpo a causa delle ripetute minacce di morte (è il caso di Peter Meijer, parlamentare del GOP).
Ha poi sviluppato un culto della personalità forte senza precedenti nella storia della presidenza americana; ho sempre sostenuto che le sue azioni siano leggibili solo in riferimento alla storia autoritaria”.

Quali sono le responsabilità del Partito Repubblicano nell’alimentare una crisi che il NYT definisce “quotidiana”?

“Il punto è proprio la crisi. La strategia proposta da Steve Bannon era di colpire lo Stato creando uno stato permanente di crisi e caos che rende più facile l’accumulazione di potere da parte del leader. Il primo febbraio 2017 ho scritto un op-ed per CNN - “Trump and Bannon’s Coup in the Making” – in cui prevedevo questo assalto della democrazia”.

Come valuta l’operato del presidente Joe Biden e del Partito Democratico in questo primo anno al governo del Paese?

“Biden ha fatto degli sforzi incredibili, che mirano a migliorare la vita degli americani per generazioni, istituendo programmi nazionali come universal pre-K (prescuola gratuito), che sono forse normali in altri Paesi ma mancano del tutto qui in America. L’ironia è che molte iniziative, che includono leggi sui diritti di voto e sulla protezione della nostra democrazia, rispondono forse troppo tardi alle aggressioni di Trump e del GOP. Ammiro quello che sta facendo perché opera in un clima di sabotaggio da parte dei repubblicani che vogliono a tutti costi il suo fallimento”.

Il perdurare della pandemia sta influenzando la crisi della democrazia in America?

“La tragedia dei repubblicani che preferiscono far morire la gente, abbracciano politiche anti-mascherina e anti-vax, che appoggiare Biden, è un segno della radicalizzazione del partito”.

Allargando lo sguardo oltre l’America, quali sono i segnali più preoccupanti della crisi delle democrazie nel mondo occidentale?

“Dal mio punto di vista, la refrattarietà dell’Unione Europea di punire il premier ungherese Viktor Orbán e la riluttanza dei tedeschi e dello stesso Biden di fermare il progetto Nord Stream 2 del presidente russo Vladimir Putin sono tutti segnali che i democratici non sono seri nella loro volontà di abbattere gli autocrati. Tutti coloro che lavorano sulla corruzione e sulla cleptocrazia sanno che è fondamentale “to go after their money”, andare dietro ai loro soldi”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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