Un anno dall'accordo Vaticano-Cina, Sisci: una rivoluzione_

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Città del Vaticano, 25 set. (askanews) - A un anno dallo storico accordo tra Cina e Santa Sede sulle nomine episcopali (22 settembre 2018) Francesco Sisci, sinologo che ha intervistato il Papa sulla Cina nel 2016, sottolinea che il cambiamento in corso è "una rivoluzione per la Cina popolare".

Sisci cita le recenti dichiarazioni del vescovo vescovo di Qiqihar, in Manciuria, We Jingyi, che ha raccontato di un funzionario del partito che ha detto: "Ha ripetuto che i sacerdoti, le religiose e tutti i cattolici cinesi 'devono essere indipendenti da enti stranieri nel portare avanti la gestione degli affari religiosi interni alla Cina. E nessuno può usare la Chiesa cattolica per interferire negli affari interni della Cina'. Ma ha rimarcato che tutto questo non si riferisce alla dottrina, alle pratiche pastorali e alla grande disciplina ecclesiale. Il funzionario ha ripetuto che i preti cinesi pregano ogni giorno per il papa durante la messa. E che la nostra indipendenza e autonomia non significa che noi dobbiamo essere indipendenti dalla Chiesa universale. Lui stesso ha detto che 'la Chiesa cattolica in Cina fa parte del corpo della Chiesa universale, ed è una sola cosa con essa'. Ha insistito che, nella fede, noi siamo 'una cosa sola con la Chiesa universale. E non ci deve essere nessuna differenza!'. E ha chiarito - ha concluso il vescovo in una intervista a Gianni Valente per Vatican Insider - che questo è riconosciuto anche dal governo e dal Partito".

"Questa è una rivoluzione per la Cina popolare, fino a ieri gelosissima custode delle sue prerogative di autorità sul suo territorio", commenta Sisci in un contributo per Settimana News. "C'è qui il riconoscimento che l'autorità dello stato non è assoluta, ma deve calibrarsi su problemi specifici, per esempio, in questo caso, con la fede cattolica. D'altro canto, anche per Pechino è un percorso. La Cina, per esempio, se non ha riconosciuto ufficialmente Wei non ha compreso che un'anima vera, libera e onesta come il vescovo di Qiqihar fa più bene al governo e al paese di tanti che invece si piegano supinamente agli ordini del funzionario di turno. Inoltre Pechino ha stentato per anni a capire che l'unità della Cina con il mondo, in questo caso la Chiesa ma anche in altre sfere, non è un danno ma un vantaggio per il paese e la sua dirigenza. In questo l'opera di tanti uomini dentro e fuori dalla Cina come il vescovo Wei può essere indispensabile. Il frutto e l'effetto più importante è il fatto che è venuto meno il pericolo della divisione tra la Chiesa di Cina e la Chiesa universale. Ora - conclude Sisci - tutti i vescovi cinesi sono in comunione piena e pubblica con il papa".