Un “dizionario emozionale” migliora il rapporto medico-paziente

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Roma, 11 nov. (askanews) – Il suo obiettivo è migliorare la comunicazione medico-paziente e ridurre la distanza tra queste due figure. Per agevolare un punto di incontro tra il linguaggio – obbligatoriamente tecnico – di chi cura e quello orientato all’emotività di chi è malato di tumore. A Roma è stato presentato il ‘Dizionario Emozionale – Atlante delle parole chiave in oncologia’, lavoro a cura del linguista Giuseppe Antonelli, Professore Ordinario di Linguistica italiana presso l’Università degli studi di Pavia. Una sorta di viaggio intorno a 13 parole chiave della relazione di cura in Oncologia, delle quali sono stati rilevati i significati attribuiti da specialisti, pazienti e caregiver. Parole identificate nell’ambito della campagna di comunicazione ‘Il senso delle parole – un’altra comunicazione è possibile’.

La campagna, che a partire appunto dallo strumento della parola si prefigge di migliorare la qualità dei rapporti tra persone affette da tumore, medici e caregiver, è stata promossa da Takeda Italia in partnership con varie associazioni: Ail (Associazione italiana contro le leucemie, linfomi e mieloma), Aipasim (Associazione italiana Pazienti con Sindrome Mielodisplastica), Salute Donna Onlus, Sipo – Società italiana di psico-oncologia, Trust Paola Gonzato – Rete Sarcoma onlus e Walce onlus – Women against lung cancer in Europe. Senza dimenticare il patrocinio della Fondazione Aiom.

Il professor Antonelli ha spiegato i presupposti da cui è nato il Dizionario. “Quello che abbiamo cercato di far emergere è proprio il lato emotivo, il vissuto delle persone che si trovano ad affrontare questo tipo di esperienza: abbiamo scelto delle parole, le abbiamo sottoposte a un gruppo di pazienti e un gruppo di medici e ci siamo accorti che alcune parole rischiano di essere un po’ double-face. A seconda del punto di vista, il percepito è diverso. Ad esempio quando si parla di intervento, alcuni pazienti hanno detto ‘sentiamo una parola fredda, come i ferri con i quali veniamo operati’. O a proposito di trattamento, ‘si trattano gli oggetti ma noi siamo persone e preferiamo la parola cura’. (…) C’è una testimonianza bellissima di una paziente che dice ‘il percorso, se si vive insieme, è più leggero, perchè è come se portassimo i bagagli un po’ per uno: con il medico, gli infermieri, la famiglia’. Speriamo che questo lavoro possa servire a rendere il percorso più leggero”.

Gli specialisti hanno diverse responsabilità, come ha ricordato Sergio Amadori, presidente Nazionale Ail: “Il medico ha il compito fondamentale di parlare della malattia, della diagnosi in una maniera la più chiara e trasparente possibile per il paziente. (…) Deve cercare di avvicinarsi al paziente in maniera diversa, in maniera come diciamo noi emozionale. Non solo tecnica. (…) Mi devo mettere insieme a te, creare una specie di alleanza virtuale tra me e te, basata su un’interazione continua tra medico e paziente: il paziente si deve sentire tranquillizzato dal medico. Noi la chiamiamo proprio una comunicazione veramente solidale.

Il punto di vista dei pazienti è stato analizzato da Paolo Pasini, presidente di AIPaSIM, che ha evidenziato l’impatto del Covid sulla situazione: “Quello che è successo ha cambiato le regole del gioco, intendo dire il rapporto complessivo del sistema sanitario. Le parole stanno poi ai contenuti, non è la parola da sola e tra l’altro va considerato anche come viene detta, non solo il significato della stessa. E’ chiaro che nel nostro caso il punto era che i pazienti di mielodisplasia hanno un’età media di 75 anni, quindi la fragilità è già insita nel loro aspetto: l’elemento psicologico per noi è fondamentale, la parola è una parola che conta. Ma al di là di questo sono cambiati i contenuti”.

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