Un documento legato a Expo già spiegava perché l'Italia non era pronta a una pandemia

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AGI - "A oggi manca nel panorama nazionale una visione condivisa in tema di `Preparazione alle emergenze di salute pubblica'.

È quanto scriveva la Regione Lombardia in un documento datato 23 ottobre 2017 letto dall'AGI in cui si riassumevano gli esiti di un progetto finanziato da Expo 2015 che avrebbe dovuto costituire un esperimento relativo alla 'Gestione e alla comunicazione di emergenze infettive, zoonosi e infezioni alimentari attraverso l'esperienza» dell'Esposizione Universale'.

"E' la prova che le istituzioni non erano pronte"

Questo dossier fa parte delle carte che i legali dei 500 familiari delle vittime del Covid porteranno davanti al Tribunale civile di Roma l'8 luglio nella causa contro il Governo, il Ministero della Salute e la Regione Lombardia.

Secondo l'avvocato Consuelo Locati, che per averlo ha effettuato un accesso agli atti, «costituisce un'ulteriore prova di violazioni e omissioni di legge» da parte delle istituzioni.

Maria Gramegna, la responsabile scientifica della Regione (all'epoca guidata da Roberto Maroni) firmataria del dossier, considera che le lacune italiane si possono spiegare in parte «a causa della difficoltà di dover integrare l'attività di lavoro di professionisti sanitari che si occupano di problematiche diverse (malattie infettive, sicurezza alimentare, salute animale e altre) a cui si somma la difficoltà nella costruzione delle aziende sanitarie di percorsi di lavoro che permettano a competenza sanitarie, competenze comunicative e di rapporti con la stampa e competenze dirigenziali di definire preventivamente metodi di lavoro utili alla gestione delle emergenze e anche per quanto riguarda la comunicazione con professionisti e popolazione».

I link degli obbiettivi raggiunti non si aprono più

Il progetto legato a Expo riguardava 4 Regioni (Lombardia, Piemonte, Marche e Calabria) e l'Istituto Superiore della Sanità, è durato due anni ed è stato finanziato con 383mila euro. Tra gli obbiettivi prefissati, venivano indicati «l'implementazione di un Sistema di allerta rapida a livello locale, con sorveglianza sindromica basata sugli accessi al pronto soccorso», «la stesura di procedure per la gestione di focolai di microorganismi trasmessi attraverso il contatto umano e alimenti», «lo sviluppo di strategie nella comunicazione del rischio e il potenziamento della funzione di Epidemic Intelligence con predisposizione di un pacchetto formativo con esercitazioni pratiche per gli operatori regionali».

I link allegati alla relazione conclusiva che dovrebbero illustrare la sintesi degli `obbiettivi' raggiunti al momento non si aprono, appare la scritta `questo elemento è stato eliminato'. Tuttavia, l'autrice del report lombardo evidenzia alcuni risultati raggiunti, tra i quali la costituzione di un team di lavoro di Epidemic Intelligence, di un algoritmo statistico per la previsione degli accessi in Pronto Soccorso, la produzione di bollettini di aggiornamento da parte delle Asl lombarde, la relazione di bibliografie e documenti.

Un'esperienza che "può essere la base per una crescita"

Per Gramegna queste «esperienze formative hanno riscosso interesse da parte dell'utenza e possono essere la base per una crescita culturale italiana di prevenzione delle emergenze della sanità pubblica».

Quattro anni dopo, Locati afferma che «alla luce del disastro pandemico regionale parrebbe che nessuno degli obbiettivi previsti dal progetto esecutivo del 2014 del Ccm (Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie infettive) e della Regione Lombardia sia stato mai nemmeno, probabilmente, attuato. La conseguenza più evidente e avente per noi valore giudiziario è l'ulteriore prova di omissioni e violazioni di legge a carico delle istituzioni convenute nel giudizio avanti il Tribunale di Roma con la conseguenza che da queste omissioni sono derivati i decessi di 126mila persone, tra cui i parenti di tutte le vittime che noi rappresentiamo».

 

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