Un freno ai pm di Milano? Non contrastiamo più la corruzione? Perché non è così

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- (Photo: Ansa)
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Ci sarebbe un piano contro la procura di Milano, secondo alcuni magistrati e giuristi stranieri. Un piano mirato a fermare l’attività che i pm milanesi hanno svolto e svolgono per contrastare la corruzione. E l’allarme sarebbe tale - asseriscono non mancando di attaccare altri magistrati e, tra le righe, financo il Csm - che l’Ocse dovrebbe verificare “se l’impegno dell’Italia nel far rispettare le leggi anticorruzione stia declinando”. Insomma, secondo quelli che questi esperti nel nostro Paese si starebbero facendo passi indietro nella lotta ai fenomeni corruttivi (o presunti tali). E, addirittura, “alcuni pm e persone della comunità degli affari” starebbero “mettendo in discussione le risorse che l’ufficio di Milano ha impiegato in casi di corruzione internazionale”, lanciando “accuse infondate” per azzerare la lotta alla corruzione. Sembrano avere tante certezze i firmatari di questo documento, ma di cosa parlano?

Il riferimento è all’inchiesta che la procura di Brescia sta conducendo nei confronti dei pm Fabio De Pasquale, che da decenni si occupa di corruzione, e Sergio Spadaro, ora alla procura europea. I pm bresciani hanno aperto un fascicolo dopo l’assoluzione di Claudio Descalzi e Paolo Scaroni nell’ambito del processo Eni-Nigeria. Nelle motivazioni di questa sentenza il giudice sostiene che i pm milanesi non hanno depositato tra gli atti del procedimento un documento - una registrazione, nello specifico - che “reca straordinari elementi in favore degli imputati”. De Pasquale, già in dibattimento, aveva spiegato di non averlo fatto perché il documento era stato ritenuto irrilevante.

La procura di Brescia indaga per rifiuto d’atti d’ufficio. Ora, per gli autori dell’ appello all’Ocse queste indagini sono qualcosa di inaudito: “Visti i fatti, tutti di dominio pubblico e tutti ben noti ai pm di Brescia che indagano, siamo stupiti che abbiano deciso di elevare accuse nei confronti di De Pasquale e Spadaro. Di fronte alle prove, è semplicemente inesplicabile che stiano per essere accusati di un reato”, dicono, parlando di un procedimento che sicuramente conosceranno bene per esporsi in modo così plateale, ma le cui conclusioni - quali che siano - spettano agli uffici competenti. Alla procura di Brescia, per l’appunto.

Nonostante il primo grado del processo Eni sia chiuso, continuano a spuntare sorprese. È di questa mattina la notizia che, secondo una perizia commissionata proprio dalla procura, alcune chat portate sempre dal superteste Vincenzo Armanna sono un falso. Sono state costruite ad arte e di ciò si era accorto anche il pm Paolo Storari, che aveva notato che i numeri da cui si pretendeva fossero partite le chat all’epoca dei fatti, nel 2013, neanche erano attivi. C’aveva visto giusto Storari. E la sua tesi ora è confermata dai periti.

Ma torniamo all’appello all’Ocse. Come se non bastasse, i firmatari di questo singolare documento - tra loro ci sono la francese Eva Joly, candidata alle presidenziali del 2012 in Francia, dove ottenne il 2,2% dei voti, e l’americano Richard Messick, consulente in materia di corruzione di varie organizzazioni internazionali - mettono bocca anche sulla successione al vertice della procura. Francesco Greco, infatti, andrà in pensione tra pochi giorni. Tra i candidati a prendere il suo posto ci sono Giuseppe Amato, procuratore di Bologna, e Marcello Viola, procuratore generale di Firenze. Ora, gli autori di questa lettera scrivono: “Ci sono notizie che il suo successore sarà un magistrato che nutre dubbi sul fatto che sia necessario attivamente perseguire le società italiane per corruzione internazionale”. Un’invasione di campo - in quello del Csm che dovrà compiere la scelta guardando i curriculum dei candidati - mica da poco.

Per gli autori del testo l’Ocse dovrebbe valutare se l’Italia abbia deciso - complice questo fantomatico “piano” - di gettare la spugna sulla corruzione. Ma cosa ci dicono i dati? Per quanto non aggiornatissimi, e tenendo in considerazione il fatto che la pandemia possa aver cambiato alcune cose, le tabelle consultabili ad oggi ci danno due elementi: non è propriamente da ieri che, su base nazionale, molti procedimenti per i vari reati di corruzione finiscono con un’assoluzione. E molto spesso il caso viene archiviato dallo stesso pm che lo aveva aperto, prima che arrivi in un’aula di tribunale.

I procedimenti iscritti e definiti in primo grado nel 2016 (Photo: Ministero della giustizia - ufficio statistiche)
I procedimenti iscritti e definiti in primo grado nel 2016 (Photo: Ministero della giustizia - ufficio statistiche)

I dati più completi sono quelli del ministero della Giustizia. In attesa che arrivino quelli più aggiornati, possiamo analizzare le tabelle del periodo 2013-2016. Sono presi in considerazione i reati di concussione, corruzione, millantato credito e traffico di influenze illecite. Per quest’ultimo a processo non si arriva quasi mai. Per gli altri reati i rinvii a giudizio variano da poche decine - nei casi di corruzione in atti giudiziari e corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio - a qualche centinaio all’anno. Nel 2016, ad esempio, sono iniziati 206 processi per corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio e ne sono stati definiti 180. Nello stesso anno, invece, per concussione sono iniziati 110 processi e ne sono stati definiti 117. Ovviamente alcuni di questi erano iniziati negli anni precedenti.

Il dato più interessante riguarda l’esito dei giudizi di primo grado (di primo grado è anche l’assoluzione dei vertici Eni).

Prendiamo il 2016. Su 117 verdetti per una presunta concussione, solo nel 32% dei casi si tratta di una sentenza in cui ci sono solo condanne. Nel 31% dei casi tutti gli imputati, o l’imputato unico, vengono assolti. Nel 22% lo stesso provvedimento contiene condanne e assoluzioni. Nel 12% dei casi è arrivata la prescrizione. Nel restante 3% è stato dichiarato in non doversi procedere per altro motivi. Per quanto riguarda la corruzione per l’esercizio della funzione - quando cioè c’è la promessa, e l’accettazione, di soldi o altro affinché un pubblico ufficiale compia un atto che è nelle sue competenze - ci sono state condanne nel 24% dei 17 casi totali, assoluzioni nel 29% e ben nel 41% è intervenuta la prescrizione. Nel caso della corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio - i processi sono molti di più rispetto ai casi precedenti, come abbiamo visto - i provvedimenti di assoluzione e di condanna sono pari: in entrambi i casi il 22%. Dal contenuto misto il restante 24%. Nel 27% dei giudizi, invece, è arrivata la prescrizione, nel 4% è stato dichiarato in non doversi procedere per altri motivi. Resta un 1% che nella tabella è riportato sotto la voce “altre sentenze”.

I numeri della corruzione in atti giudiziari - quando cioè il soggetto che ha una funzione pubblica prende denaro, o ne accetta la promessa, per danneggiare una parte in giudizio - nel 2016 sono molto piccoli: sono stati definiti in primo grado solo nove fascicoli. Nel 56% dei procedimenti si è arrivati a condanna, nel 33% ad assoluzione. I restanti provvedimenti sono di non doversi procedere per prescrizione. Poche condanne (11%) e tante assoluzioni (33%) invece nei casi di corruzione di persona incaricata di pubblico servizio. Anche in questo caso, però, parliamo di meno di dieci casi definiti, il 44% dei quali è finito con una sentenza mista. Condanna per alcuni imputati, assoluzione per altri. Come per il reato precedente, l′11% dei giudizi è finito con la prescrizione.

Sono dieci volte di più, invece, (103) i processi conclusi in primo grado per persone accusate di istigazione alla corruzione. E qui abbiamo il numero più alto di condanne, che arrivano nel 59% dei casi. Assoluzione solo in un giudizio su quattro. Residua un 4% dei patteggiamenti e un 8% di casi finiti con non doversi procedere o sotto la voce altre sentenze.

L'esito dei processi di primo grado dei reati di corruzione, concussione, traffico di influenze illecite ecc nell'anno 2016 (Photo: Ministero della giustizia - ufficio statistiche)
L'esito dei processi di primo grado dei reati di corruzione, concussione, traffico di influenze illecite ecc nell'anno 2016 (Photo: Ministero della giustizia - ufficio statistiche)

Come si vede da queste cifre, l’andamento dei processi per i reati di corruzione è estremamente ondivago. Per il semplice fatto che ogni caso ha una storia a sé.

Qualche indicazione ci arriva anche dai dati Istat, che riguardano le sentenze passate in giudicato. Gli ultimi sono del 2017, anno in cui 126 persone sono state condannate in via definitiva per corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, 9 per corruzione per un atto d’ufficio, tre per corruzione di incaricato di pubblico servizio, 86 per istigazione alla corruzione. Nello stesso anno, venivano aperti 1062 procedimenti per 3770 ipotesi di reato. L’anno precedente le indagini aperte erano state 1067, per quasi 1300 accuse. Le variazioni sono minime anche guardando al 2015: 1041 inchieste per 3519 ipotesi di reato.

Il dato mette insieme tutte le varie forme di corruzione. Anche in questo caso è bene ricordare che i giudizi decisi in via definitiva riguardano gli anni precedenti, però siccome ci troviamo di fronte a cifre che non subiscono scossoni troppo forti, questi dati rendono l’idea di quanto spesso le indagini aperte per questo genere di reati vengano archiviate e non arrivino proprio davanti a un giudice. Significa retrocedere rispetto alla lotta alla corruzione? No. Significa semplicemente che la procura non ha trovato gli elementi per sostenere l’eventuale l’accusa in giudizio. E che l’apertura di un fascicolo a carico di una persona non è spia della sua necessaria colpevolezza. È la presunzione d’innocenza, nulla di più.

C’è la corruzione accertata, quella che sembrava esserci ma in realtà poi non esisteva. E c’è la corruzione percepita. Quella, cioè, che si basa sulle opinioni e le analisi degli esperti. Secondo Trasparency International l’Italia è migliorata negli ultimi anni, passato da un paese percepito come piuttosto corrotto a stato tendente al pulito, ma ancora ben lontano dai primi posti in classifica. Che tradotto in numeri significa: che è passato da 42 punti - zero li hanno i Paesi considerati totalmente corrotti - a 53. Lontana dal 100 che indica gli Stati del tutto puliti, ma comunque in lenta evoluzione. Una cosa è il percepito, però, una cosa è quello che viene appurato nelle aule dei tribunali. E in queste ultime, oggi come negli anni scorsi, si assolve e si condanna. Senza che un numero di condanne minori rispetto all’anno precedente, o l’assoluzione per un caso che aveva avuto un clamore tale che il processo sembrava essere stato già celebrato dall’opinione pubblica, come quello dell’Eni, indichi una retrocessione nel contrasto al crimine.

- (Photo: Transparency international)
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Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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