Un infermiere su tre ha deciso di lasciare le rsa

Sonia Montrella
·4 minuto per la lettura

AGI - Un terzo degli infermieri che lavorano nelle Rsa ha scelto di abbandonare, preferendo altre tipologie di strutture sanitarie. è quanto apprende l'AGI. Numeri alla mano, si tratta di 9.900 unità rispetto alle 29.700 totali registrate dall'Istituto superiore di sanità. Ma se il personale delle strutture più martoriate dalla pandemia vuole lasciare, il motivo non è solo legato alla sicurezza sul lavoro.

Questa fuoriuscita avviene perché "gli infermieri guardano giustamente anche alla qualità e alle prospettive del loro percorso professionale, alla formazione, alla qualità dei loro contratti, alla loro sicurezza sul posto di lavoro e alla qualità dell'assistenza realmente garantita ai pazienti e sono pronti a contribuire con una proposta al ragionamento sulla riforma delle Rsa avviata dal ministro Speranza", spiega Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli ordini delle professioni sanitarie (Fnopi).

Per Mangiacavalli, l'emorragia di personale nelle Rsa si frena solo con l'introduzione di un nuovo modello basato su cinque punti cardine: "Un rapporto adeguato infermieri-pazienti; il riconoscimento di una chiara leadership di direzione: coordinamenti infermieristici e dirigenze con competenze sociosanitarie evidenti; personale di supporto con formazione adeguata; la valorizzazione di formazione e competenze (percorsi su cronicità, fragilità, cure palliative; rinnovi contrattuali che nelle Rsa mancano ormai da oltre otto anni".

Negli ospedali gli infermieri sono ancora troppo pochi

Non va tanto meglio negli ospedali italiani dove persiste una preoccupante emergenza infermieri, e questo nonostante l'integrazione di personale messa in atto dal governo, giudicata insufficiente da chi è in trincea. Il decreto Rilancio ha previsto l'assunzione di 9.600 infermieri proprio per far fronte alle necessità legate alla pandemia, sia di intervento diretto nei casi Covid, ma anche per il supporto di quelli non Covid. Ma finora dei 9.600 infermieri non ne sono entrati in servizio più del 10%. "Solo un nuovo contratto su 10 è a tempo indeterminato, e non possiamo considerare come risorse aggiuntive e stabili infermieri che hanno contratti a scadenza", denuncia la Federazione nazionale degli ordini delle professioni sanitarie (Fnopi). Insomma, "l'allarme c'è perchè di infermieri in Italia proprio non ce ne sono".

Già prima della pandemia, supportata dalle rilevazioni del Censis, Fnopi ha denunciato una carenza di oltre 53.000 infermieri, di cui 21.000 circa negli ospedali e oltre 30.000 sul territorio, tra i quali 21.000 avrebbero dovuto essere gli infermieri di famiglia e comunità. Senza contare che per i nuovi posti di terapia intensiva previsti, gli standard indicano 12 infermieri per ogni posto letto di terapia intensiva e 8 per ogni posto letto di terapia subintensiva, per un totale di 17.000 unità quindi. A questo quadro vanno sottratti gli infermieri positivi al virus non possono restare in servizio.

L'ultimo rapporto Inail al 30 settembre indica ben oltre 50mila infermieri contagiati e oltre 74 deceduti per Covid mentre prestavano assistenza. E tutto ciò a fronte di un numero altissimo di persone da assistere. In Italia muoiono ogni anno circa 250.000 persone per problemi cardiocircolatori, quasi 200.000 per tumori, oltre 53.000 per problemi respiratori. In totale tra tutte le patologie non Covid si registrano oltre 600.00 morti.

Identikit dell'infermiere italiano

Ma non è solo un problema numerico. Gli infermieri italiani si sentono squalificati sotto molti punti di vista, tra cui quello remunerativo. Secondo i dati Fnopi, in totale sono 454.458 gli infermieri iscritti agli ordini delle professioni infermieristiche al 31 dicembre 2020. Di questi 267. 523 lavorano nel Servizio sanitario nazionale, mentre 124.536 sono i liberi professionisti, dipendenti da strutture private o dipendenti da altri enti. Gli infermieri del servizio sanitario nazionale portano a casa 32.479 euro lorde all'anno. Poco al di sotto dei colleghi francesi (34.204 euro) e spagnoli (35.489 euro). Guadagnano però quasi 10 mila euro in meno rispetto ai tedeschi (41 mila euro) e 20 mila rispetto agli irlandesi (50mila euro). L'età media è di 53 anni.

"Gli infermieri non possono e non vogliono lasciare sole le persone che hanno bisogno e le loro famiglie, ma per farlo devono esserci e oggi non ce ne sono abbastanza", commenta Barbara Mangiacavalli, presidente di Fnopi. "E' necessario - aggiunge - che Regioni e Governo velocizzino l'applicazione delle previsioni del decreto Rilancio e inseriscano in servizio intanto tutti i primi 9.600 infermieri". Allo stesso tempo pero', va rivista "la politica dei fabbisogni prevedendo maggiori posti nei corsi di laurea per non trovarsi più in queste condizioni, che si riveda la politica dei assegnazione dei posti ai corsi di laurea e anche, con i sindacati, la condizione lavorativa degli infermieri che oggi sono i meno pagati d'Europa, in modo da incentivare il rientro in Italia delle migliaia di unità andate a lavorare, con successo, all'estero", conclude Mangiacavalli.