Un italiano a Praga: io in casa da prima di scelte governo

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Roma, 18 mar. (askanews) - Io sono chiuso in casa da dieci giorni - scrive da Praga Giovanni Usai, giornalista italiano che lavora in Repubblica Ceca - in anticipo rispetto ai provvedimenti restrittivi del governo ceco, anche perché qui noi italiani (a prescindere dal fatto di essere stati ultimamente in patria o di non esserci stati) da tanti siamo considerati gli untori. Certe occhiatacce in metropolitana che non ti dico, quando ancora uscivo..., ma tutto si è concluso lì. Allo stesso modo, untori, sono considerati anche tutti i cechi, decine di migliaia, che sono stati in Italia nelle ultime settimane a sciare, poco prima che venissero diagnosticati i primi casi anche qui e chiudessero le frontiere.

Sino a lunedì, quando i positivi risultavano esser ancora circa 250 (oggi sono 464), la maggior parte dei contagiati erano persone rientrate dal nord d'Italia e in genere dalla Penisola). Tant'è che all'inizio di marzo una serie di aziende, per esempio, le banche, hanno chiesto ai dipendenti reduci dalla settimana bianca sulle Alpi di non andare al lavoro per 15 giorni e possibilmente di lavorare a casa in regime di home office.

Poi è stato anche il governo ceco a imporre tassativamente il regime della quarantena a chi rientrava dall'Italia, primo passo di una escalation di provvedimenti che ha comportato la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale, la chiusura delle frontiere, il regime della quarantena per tutta la popolazione (pur con delle eccezioni), per arrivare sino a oggi, con l'ordine a tutta la popolazione di uscire da casa solo con bocca e naso coperti. Ci si potrà servire di mascherine, anche fatte in casa, e sciarpe.

In genere, comunque, non mi risulta ci siano stati particolari episodi di intolleranza nei confronti degli italiani, ad eccezione delle solite manifestazioni di odio sui social da parte dei consueti coraggiosi della tastiera, soprattutto quando venerdì scorso hanno bloccato un treno a Pardubice, con un gruppetto di quattro italiani a bordo, visibilmente influenzati). Li hanno sottoposti al test e sono poi risultati negativi. Certamente però, un certo fastidio in seno alla comunità italiana presente in Repubblica ceca lo hanno destato i continui riferimenti fatti all'Italia dai politici cechi, additandola come principale causa del diffondersi del coronavirus in Europa. In questo si è distinto in particolare soprattutto il premier Andrej Babis, il quale in più occasioni - coi toni sgarbati, grossolani e populisti che spesso lo caratterizzano - ha rimarcato parlando in Tv: "l'Italia ha gestito male l'emergenza". Sono stati con ogni probabilità anche questi toni a indurre per ben due volte l'ambasciatore Francesco Saverio Nisio a intervenire direttamente per ben due volte con il primo ministro ceco, il quale servendosi del suo canale preferito, Twitter, si è sentito evidentemente in dovere di cinguettare: "Ho molti amici in Italia, i cechi la adorano. Ogni anno ci vanno circa 900 mila cechi, di cui 330 mila a sciare in inverno. E sarà di nuovo presto così, è chiaro".

L'irritazione italiana per certe parole e certi toni deve essere giunta sino al Castello di Praga, tant'è che il capo dello Stato Milos Zeman, ha chiarito: "Non è nostra intenzione dileggiare l'Italia, perché sarebbe scorretto

Ma d'altra parte facciamo tesoro di quanto accaduto e adottiamo nel momento giusto misure molto più forti di quelle prese nella Penisola", sottolineando quindi la necessità di agire in modo perentorio e immediato contro il flagello coronavirus. L'ambasciatore Nisio ha comunque precisato, con riferimento a certe manifestazioni di astio apparse sui social network cechi, che "ci sono anche tantissime manifestazioni di solidarietà e rispetto verso l'Italia, e che, a soppesarle tutte, sono di gran lunga più numerose le seconde".

Tornando a me… io nel fine settimana, come segno di solidarietà e di vicinanza al mio Paese, ho appeso il Tricolore al balcone. Speriamo bene.