Un mondo per vecchi dove non c’è spazio per i vecchi: neanche per J.Lo

W le cinquantenni

W le cinquantenni. Lo abbiamo letto tutti, ripetutamente, per giorni. Ameno noi tutti che frequentiamo i social, da qui in avanti un generico “tutti”. W le cinquantenni. Uno slogan spiccio, come tutti gli slogan, che in realtà ci ha detto altro.

W le cinquantenni

Innanzitutto che siamo un popolo di idioti, perché nei fatti al posto di quel “le cinquantenni” avremmo dovuto scrivere un meno ipocrita “W Jennifer Lopez”, o, fossimo trogloditi, “Jennifer Lopez, che figa”, perché se l’inno alle cinquantenni deriva da una sfilata di moda, in fondo, è alla figa che stiamo pensando. Poi che è evidente che tutti, e stavolta io personalmente da quel tutti mi sfilo, abbiamo un problema con l’età, e soprattutto con l’invecchiamento.

L’abito verde di Jennifer Lopez

W le cinquantenni, comunque. Parliamone. Perché è successo quel che tutti sappiamo: a distanza di vent’anni Jennifer Lopez, cinquant’anni compiuti da poco, ha sfilato per Donatella Versace indossando l’abito verde che aveva indossato quando di anni ne aveva appena trenta. Un abito, chiamato mi è parso di capire “jungle”-non mi occupo di moda- perché è verde, suppongo, e richiama la natura, che lascia molto poco all’immaginazione, una scollatura generosissima che arriva ben sotto l’ombelico, le gambe completamente scoperte.

Lei, Jennifer Lopez, ha sfilato come un diva, quale in effetti è, fregandosene dei venti anni passati. Certo, forte dell’essere una donna oggettivamente bellissima, in gran forma, forse più oggi che allora, ma stiamo parlando di sfumature. Ha sfilato orgogliosa e sfacciata, perché questo era il non detto di quel “W le cinquantenni”, perché se lo può permettere. E su quel “può” proverò a fare un ragionamento.

Jennifer Lopez

Questo fatto, cioè che una donna di cinquant’anni abbia deciso di sfidare il tempo e tornare a indossare un abito piuttosto impegnativo indossato già con azzardo a trent’anni ha colpito tutti, perché in molti hanno guardato a quel suo camminare sicura, quasi sfrontata, una sorta di riscatto di chi, semplicemente, è invecchiata. È invecchiata molto bene, va appunto riconosciuto, ma non è sicuramente più una ragazza, men che meno una ragazzina come buona parte delle modelle che solitamente sfilano durante la Fashion Week.

Ora, fatta la tara riguardo al fatto che, se invece che Jennifer Lopez avesse provato a fare la stessa cosa una donna qualsiasi ci sono ottime possibilità che quell’abito neanche sarebbe riuscita a indossarlo, un paio di taglie in più di quanto aveva trent’anni, vorrei provare a affrontare il cuore di questo discorso, quel “può” cui si faceva cenno sopra. Perché mai, mi chiedo, una donna di cinquant’anni, Jennifer Lopez o una donna qualsiasi, non dovrebbe poter sfilare orgogliosa del suo essere nel mentre diventata una cinquantenne?

Lo stereotipo gioventù-bellezza

Mi spiego meglio. Sapendo di aver intrapreso un sentiero piuttosto pericoloso, a picco su un burrone. È evidente che esiste, per l’immaginario comune, un legame piuttosto stretto tra gioventù e bellezza. È uno stereotipo, e riguardo al femminile è forse il più radicato, insieme a quello del dover essere accogliente (si veda alla voce “mamma”, quindi accogliente per la vita, e “puttana”, quindi accogliente per un cazzo). Questo ci dice tutto quel che ci circonda, dalle pubblicità all’intrattenimento. Questo ci ha a lungo detto anche la vox populi, si pensi al modo di dire “la bellezza del somaro”.

Si è giovani quindi si è belli. Forti non tanto di una bellezza estetica in sé, ma proprio dell’essere giovani. Questo, del resto, spiega questa esplosione di “dismorfismo patologico”, quella patologia, appunto, che ci spinge a cercare di modificare il nostro aspetto fisico, spesso tentando di ringiovanire attraverso la chirurgia estetica, spesso finendo per accanirci in maniera insensata. Non credo sia necessario fare esempi, tutti ne avete in mente qualcuno, da chi si muove nel mondo dello spettacolo a qualche conoscente.

Essere giovani è un dovere, quindi si fa di tutto per esserlo. O per sembrarlo. Perché non essere giovani è un problema, un difetto da tentare di eliminare, una colpa, addirittura. Non a caso la nostra comunicazione è invasa da messaggi che vanno in quello che viene definito l‘anti-aging. Se si invecchia e si continua, per fare un esempio, a fare qualcosa che si faceva da giovani, e la si faceva anche da giovani solo perché, salvo il caso di Benjamin Button, tutti tendono a essere prima giovani e poi vecchi, a meno che non si muoia prima, ecco, se si invecchia e si continua, che so?, a fare sport, a lavorare, a viaggiare, a fare sesso, lo si deve per forza sottolineare “fa sport, nonostante abbia una certa età”, “fa sesso, alla sua età”, come se la vita non contemplasse sin dai suoi primi minuti l’idea di invecchiare, e la morte, che è la sola concreta possibilità di fermare l’invecchiamento non facesse parte del ciclo vitale quanto la nascita e tutto quel che c’è nel mezzo.

Non possiamo permetterci il lusso di essere vecchi. Non a caso lo dice un coetaneo di Jennifer Lopez: a cinquant’anni continuiamo un po’ tutti a definirci ragazzi. Anzi, è talmente evidente tutto questo, che l’anti-aging è diventata da tempo una vera e propria categoria commerciale. Esistono una serie infinita di prodotti anti-aging, e non mi riferisco certo al girello per camminare quando si hanno difficoltà in tal senso, o ai pannoloni, parlo di creme antirughe, tinte per capelli, e tutta una serie di altri prodotti che ci aiutano, più e meno bene, a mostrarci più giovani di quanto in realtà non siamo.

Del resto la medicina sta facendo grandi progressi anche in tal senso, per cui non solo l’età media si è sensibilmente alzata, ma si sta provando in tutti i modi a rendere quegli anni che in qualche modo ora fanno parte di una possibilità concreta che abbiamo davanti decisamente vivibili. L’età media si è alzata, il paese ha sempre più anziani che giovani, anche di questo sentiamo parlare quotidianamente, spesso con toni apocalittici, esistono corsi per anziani, divertimenti votati agli anziani, intrattenimento pensato per gli anziani, ma essere anziani continua a essere un problema. Al punto che se una donna di cinquant’anni si dimostra ancora bella, a prescindere dal fatto che si possa in generale apprezzare di più esteticamente una donna matura di una ragazzina, ecco che scatta la notizia da trend topic, ecco tutti a parlare di “riscossa delle cinquantenni”.

Musica sempre più per i giovani

Capita ciclicamente anche con un nuovo taglio di capelli di Monica Bellucci, per dire, ma siamo sempre lì, parliamo davvero di età o stiamo semplicemente inseguendo delle icone irraggiungibili? Nei fatti, però, Jennifer Lopez è una cantante e io mi occupo in genere di canzoni, non di estetica né di società. La discografia ha dato alla Gerontofobia, questo il nome scientifico della paura di invecchiare, un corpo e un’anima come altri pochi settori industriali sono riusciti a fare. Oggi la musica sembra essere indirizzata solo ed esclusivamente ai giovani, anzi, ai giovanissimi.

È ai giovani che si rivolge la trap, senza ombra di dubbio, come anche l’itpop. A loro che provano a rivolgersi quegli artisti non più giovani che in qualche modo vogliono ricorrere a ritocchini di chirurgia estetico-musicale, spesso finendo per passare per ridicoli. E’ ai ragazzini che sembra aver ceduto il culo la FIMI, anche se in realtà è a quelle divisioni che ai giovani guardano all’interno della discografia. Si pensi a Jacopo “Gino” Pesce e la sua Island, con questa pletora di certificazioni e primi posti in classifica regalati ai tanti stocazzetti che solo grazie allo streaming esistono. Prova ne è una attività live semiinesistente e che però poi spinge verso un angolo quelli che i dischi, e uso apposta una parola vintage, li hanno venduti davvero, poveri noi in mano a Tavecchio.

È del resto in mano ai giovani, sia come attori che come pubblico, Spotify, con quei suoni inascoltabili, che già chiamarlo “suono” sembra troppo. Ma anche non volendo star qui a fare il cinquantenne brontolone, come ormai mi capita sempre più spesso, è l’occupazione militare della gioventù per quello che concerne i testi, anche i testi di chi non è appunto più giovane, che impressiona. Ascoltando le canzoni, parlo della musica italiana, sembra che arrivati intorno ai venti anni ci si fermi.

Ci si ferma come gergo, lingua scritta e parlata, perché le canzoni sono scritte o con uno slang incomprensibile per un pubblico alfabetizzato e maturo, o semplicemente scarno, come se fossimo tutti ragazzini che provano a descrivere i propri sentimenti con un bagaglio culturale ancora acerbo, e ci si ferma come contenuti, perché, complice anche il vocabolario spoglio, certo, è come se di colpo nessuno volesse più raccontarci l’incedere del tempo, la maturità, l’invecchiamento, figuriamoci la morte.

Lo cantava Luca Carboni nel suo brano Una grande festa, non è certo la morte un argomento pop. Ma sembra non lo sia neanche più avere quaranta, cinquanta, sessant’anni. Si pensi, già ne ho parlato in passato, a gente come Fiorella Mannoia, che a trent’anni cantava di donne mature che non avevano più i complimenti dei playboy, Enrico Ruggeri santo subito, e oggi invece sembrano colpite da bimbominkite, lì a fare la ragazzina dando voce alle parole di Amara invece che a quelle di Fossati o dello stesso Ruggeri, Dio santo.

Fiorella Mannoia

“A nulla vale l’esperienza”

Dismorfismo patologico, anche qui. Non possiamo invecchiare, figuriamoci apparire vecchi. Un vero paradosso, questo, perché se l’età media si allunga, se sono sempre più gli anziani che i giovani, e andando avanti negli anni questo sarà sempre più un dato di fatto, non si capisce perché poi gli anziani siano tagliati fuori dall’immaginario. Un po’ quello che succede, in maniera più concreta, nella società. Arrivati dopo i quaranta le risorse umane, che brutto termine, diventano un peso, vanno ricollocate, e ovviamente vanno ricollocate altrove. Rimosse. Cancellate. Un colpo di bianchetto, un click su Delete.

A nulla vale l’esperienza, la maturità. Siamo costretti a tenere il passo con una società che sembra non volerci tra le palle, al punto che si comincia a parlare di vera e propria discriminazione equiparando l’agismo al razzismo o al sessismo. Una società che ci guarda e accelera o più semplicemente ci rende impossibile capire esattamente quale sia il passo da tenere. E appena ci mostriamo perplessi, o più semplicemente proviamo a alzare lo sguardo, vedi l’esperienza, per cercare di capire cosa ci attende realmente all’orizzonte, ci fanno fuori, lasciandoci però un lungo futuro da tenere occupato come consumatori.

Ci fanno vivere a lungo, ma ci fanno vivere di merda, in sostanza, salvo sottolineare quanto a cinquant’anni Jennifer Lopez sia ancora bella, o quanto Bruce Springsteen, settant’anni ancora compiuti, sia ancora energico. Si vede che siete troppo giovani e non avete visto Cocoon, ragazzini, e soprattutto che non vi è mai capitato di vedere mia moglie Marina, cinquant’anni tra qualche settimana.