Un nuovo studio anticipa ancora la prima diffusione del virus a Wuhan

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AGi - L'epidemia a Wuhan potrebbe essere iniziata prima di quanto si pensasse, ma con al massimo due mesi di anticipo rispetto ai primi casi documentati di dicembre 2019.

A rivelarlo uno studio, pubblicato sulla rivista Science, condotto dagli scienziati dell'Università della California a San Diego, dell'Università dell'Arizona e della società americana Illumina Inc, che hanno utilizzato strumenti di datazione molecolare e simulazioni epidemiologiche per ricostruire a ritroso la catena epidemiologica di Covid-19.

"Il nostro studio - afferma Joel O. Wertheim dell'Università della California a San Diego - nasce dall'esigenza di capire per quanto tempo il virus potrebbe aver circolato inosservato nella popolazione umana". Il team ha considerato la diffusione dell'infezione a Wuhan prima del blocco, la diversità genetica del virus in Cina e i rapporti dei primi casi nella nazione orientale.

"Combinando queste diverse informazioni - spiega l'esperto - siamo stati in grado di stabilire che la metà del mese di ottobre 2019 rappresenta il momento più lontano nel tempo in cui il virus potrebbe aver circolato nella provincia di Hubei, dove sono stati segnalati i primissimi casi di Covid-19". SARS-CoV-2 è un coronavirus zoonotico, per cui si ritiene sia passato da un ospite animale, ancora non bene identificato, all'uomo.

Sono stati compiuti numerosi sforzi per identificare quando il virus abbia iniziato a diffondersi per la prima volta tra gli esseri umani, sulla base delle indagini relative ai casi diagnosticati, i primi dei quali erano associati al mercato di Huanan, ma gli autori ritengono che sia improbabile che il focolaio del mercato abbia dato origine alla pandemia globale in atto, dato che i primi casi di Covid-19 documentati non erano collegati al mercato cinese.

I ricercatori hanno utilizzato analisi evolutive per identificare la circolazione dei focolai. "Il primo caso effettivo di Covid-19, il caso indice, o il paziente zero - aggiunge Michael Worobey, docente di Ecologia e Biologia evolutiva presso l'Università dell'Arizona e coautore dell'articolo - potrebbe risalire a diversi giorni, settimane o anche molti mesi prima delle attuali stime. Il nostro studio era volto a ripercorrere la catena epidemiologica a ritroso fino a questo evento".

Grazie a una serie di strumenti analitici, come simulazioni e modellazioni, gli scienziati hanno pertanto stimato che il numero medio di persone infettate da SARS-CoV-2 in Cina fosse inferiore a uno fino al quattro novembre 2019, mentre al primo dicembre 2019 il valore potrebbe essere salito a circa quattro individui.

Stando ai dati del team, inoltre, nel 70,3 per cento delle simulazioni effettuate, il virus avrebbe infettato poche persone e si sarebbe estinto entro l'ottavo giorno dal caso indice.

"In genere si utilizza la diversità genetica dell'agente patogeno per dedurre il momento in cui il virus ha iniziato a diffondersi - commenta Wertheim - il nostro lavoro aggiunge un fattore a questo approccio, modellando il periodo in cui SARS-CoV-2 avrebbe potuto circolare prima di dare origine alla diversità genetica. Abbiamo ottenuto risultati sorprendenti, secondo cui oltre i due terzi delle epidemie simulate non sarebbero nemmeno iniziate. Questo implica che se potessimo tornare indietro nel tempo e ripetere il 2019, due volte su tre non avremmo affrontato la pandemia".

Gli studiosi sottolineano che questo supporta l'idea che gli esseri umani siano spesso soggetti alla minaccia di agenti patogeni zoonotici, molti dei quali, nonostante raggiungano l'umanità, potrebbero estinguersi ben prima di dare origine a una situazione emergenziale come quella che stiamo vivendo.

"È difficile conciliare questi risultati con le presunte infezioni che circolavano in Europa o negli Stati Uniti nello stesso periodo - sostiene ancora il ricercatore - il ceppo originale di SARS-CoV-2 è diventato epidemico perché era ampiamente diffuso, il che favorisce la persistenza, e perché prosperava nelle aree urbane dove la trasmissione era più facile. Nelle simulazioni condotte nelle comunità rurali, infatti, la trasmissione cessava anticipatamente dal 94,5 al 99,6 per cento dei casi".

"La sorveglianza pandemica non era preparata per una minaccia come il nuovo coronavirus - conclude Wertheim - avevamo paura di una nuova SARS o MERS, un agente patogeno altamente mortale, ma Covid-19 ha mostrato che anche un virus caratterizzato da tassi di mortalità molto bassi ma con un alto indice di trasmissibilità può rappresentare un fattore di rischio elevato".