Un paio di scenari che il mondo senza di noi sta già costruendo

Lockdown per il coronavirus, marzo 2020 (Photo: Ap)

“Più silenzioso, persino più bello”. Ma non abbastanza da essere invocato dall’uomo che lo prefigurò qualche anno fa. “Voglio un mondo con noi, ma stiamo rischiando grosso”. Quello che stiamo rischiando, per ora, sono ciuffi d’erba tra i sampietrini di piazza Navona, anatre parigine che si spingono fino alla Comédie Française, la Strip di Las Vegas che torna Deserto...

Il lockdown figlio del coronavirus ha in poche settimane già regalato al nostro immaginario dei luoghi nuovi, a cavallo tra esperienze sci-fi e ricerche fotografiche post-apocalittiche. Fortunatamente, a proposito di fiction, dovremmo essere ancora lontano dai livelli di efficienza di un Thanos, divinità Marvel relativamente recente che con uno schiocco di dita realizza l’equilibrio cosmico ed elimina la metà degli esseri umani. Anche se, “siamo troppi”, ripete con meticolosità, chi, “Il mondo senza di noi”, ha provato a immaginarlo, qualche anno fa.

Stiamo parlando di Alan Weisman, giornalista scrittore nato 73 anni fa nel Minnesota, che 13 anni fa - ironia della sorte, nel pieno dell’ultima catastrofe globale, un’altra certo, quella finanziaria, la crisi dei mutui, ma in grado di ridisegnare le nostre esistenze come quella odierna del Covid-19 - nel 2007 dunque diede alle stampe un saggio che doveva rispondere a una semplice domanda: che cosa succederebbe sul nostro pianeta dopo la scomparsa dell’uomo?

Erba a piazza Navona (Photo: Gedi-La Repubblica)

“Immaginiamo un mondo in cui tutti noi, e solo, noi, scompariamo all’improvviso. Domani”, scriveva Weisman che in questi giorni abbiamo raggiunto nella sua casa del Massachusetts grazie al solito collegamento skype, al solito sfondo di un interno colto ma non borghese di abitazione suburbana dell’East Coast, luce tagliente di pomeriggio inclusa. Weisman è un tipo pericoloso, come tutti i potenziali guru che dissimulano, che vogliono essere come te: “Stefano, non sono un profeta, sono un giornalista come te”, ti dice subito, giusto per mettere le cose in chiaro. Ma “il giornalista-come-te”, che ha insegnato alla University of Arizona, è stato contributor per Harper’s, The New York Times Magazine, The Atlantic Monthly e Discover, sul cui bestseller il National Geographic ha realizzato un documentario,(citato, ma non dovrebbe averne responsabilità, anche dal blog di Beppe Grillo) tra le varie occupazioni, tra cui nel 2011 una lezione a Roma “La fine del mondo, una guida all’uso”, ha buttato giù qualche riga del tipo: “Ipotizziamo, ad esempio, che un virus colpisca Homo Sapiens spazzandoci via ma lasciando intatto il resto”. Sbam. Ed è subito profezia. E quindi glielo richiediamo. 

Ma Weisman è rigoroso. Unisce giornalismo d’inchiesta e giornalismo scientifico.

“Io sono soltanto un giornalista, e ho parlato con delle persone che potrebbero aver detto cose profetiche. Prima di scrivere il libro ho parlato con molti epidemiologi per capire se è possibile che un virus che colpisce solo l’homo sapiens possa eliminarci tutti e capire quanto radicalmente questo sia possibile; e se in caso di mutazione, lo stesso virus può essere letale per tutti noi senza colpire nessun’altra specie. Il Covid-19 è letale per molti, per fortuna non per tutti, ma la cosa più importante che gli esperti mi hanno detto è che non c’è bisogno di essere dei profeti. Quello che è accaduto non è una sorpresa. Le pandemie si sono sempre verificate nella storia dell’umanità, e quando ho chiesto loro se sarebbe scoppiata un’altra pandemia, mi hanno detto che il punto non era SE ci sarebbe stata un’altra pandemia, ma QUANDO si sarebbe verificata. Mentre facevo ricerche per il mio libro successivo (“Countdown”, ndr), mi hanno spiegato che dal momento che siamo così numerosi e che nessun altro grande animale si è riprodotto al nostro ritmo (ci siamo quadruplicati nel corso di un solo secolo), e dal momento che siamo connessi così strettamente dai commerci e dai viaggi, la successiva pandemia si sarebbe diffusa con incredibile rapidità e che avrebbe infettato un numero maggiore di persone rispetto a qualsiasi altra pandemia precedente. E sembra proprio che sia vero”.

Vero o meno, è un fatto che in questi giorni, abbiamo creato un paesaggio che ci ricorda molto quello che ha descritto nel suo libro, uscito dalle nostre parti per Einaudi. Un orizzonte dove gli esseri umani sono scomparsi. 

“Sì, - continua Weisman, che a ogni risposta si premura di sincerarsi di aver soddisfatto l’interesse dell’interlocutore - di certo le persone sono scomparse, ma resta ancora da vedere quante persone scompariranno davvero a causa di questo virus. Non credo che ci sarà un mondo del tutto disabitato dagli esseri umani, ma al momento anche le persone ancora vive, come noi, sono perlopiù confinate nelle loro case. Dunque, è tutto molto silenzioso. Mi è capitato di vedere alcune foto delle strade delle maggiori città, come Roma o come New York, come Pechino, completamente deserte, il cielo è pulito, è una cosa fantastica. Pechino è un esempio interessante perché è già successo prima quando ha ospitato le Olimpiadi: la gente ha smesso di guidare e il cielo si è ripulito, era possibile vedere le stelle di notte. E la stessa cosa sta succedendo adesso, perché la gente non si sposta più in macchina. Anche a Los Angeles il cielo si è ripulito e in molte città gli animali si sono avventurati fuori dai boschi perché non ci sono persone. È una cosa molto bella…”

 

La Strip di Las Vegas (Photo: Ansa)

A questo punto un brivido necessario corre lungo la schiena del “giornalista-come-etc”. Il nostro esperto sembra apprezzare lo status quo? Un mondo fatto per le stelle nel cielo su strade lasciate deserte (da noi, ovviamente)? Dove non c’è traccia nemmeno di un padre e figlio alla ricerca di cibo tra amichevoli cannibali in stile McCarthy? Fortunatamente la mia espressione - pur via skype - deve aver fatto centro. Arriva la precisazione. 

“Questa esperienza ci sta facendo capire che viviamo troppo al limite e… credo che una crisi come quella del Covid-19 fosse inevitabile. Ma, attenzione, non desidero un mondo “senza” di noi. Voglio un mondo “con” noi. Voglio che siamo capaci di coesistere con il resto della natura senza distruggerla perché così facendo arriveremo alla nostra stessa distruzione”. 

Superata la paura, torniamo al libro. Ai diversi scenari descritti in cui gli esseri umani scompaiono dopo anni, centinaia d’anni o millenni. E’ troppo presto per far parte di uno di questi, probabilmente.

“Non appena l’uomo abbandona un’area, piante e animali si fanno vivi. Non so se in questo momento i marciapiedi di New York siano tenuti nelle stesse condizioni di prima. Ora siamo in primavera e vediamo che gli alberi sono sbocciati. Se la manutenzione non rientra nei servizi essenziali e gli operatori non andranno al lavoro fino a giugno, ci saranno danni ai marciapiedi. Cresceranno piante tra le crepe, o le radici cresceranno sotto l’asfalto formando delle crepe. E l’aria sarà più pulita. Lo stiamo vedendo anche con le acque che contengono molti agenti inquinanti e che stanno ritornando limpide. Ho letto di una città in Europa che è stata presa d’assalto dalle capre. Gli animali, se non li facciamo scappare, ci saranno, si riprodurranno di più, ci saranno meno cacciatori a inseguirli. Sono i primissimi cambiamenti a cui stiamo già assistendo”.

A questo punto sarebbe da capire se il processo è reversibile o meno. Se, sconfitta la pandemia tornerà tutto come prima, e le anatre, i ciuffi d’erba, la sabbia, ogni cosa al suo posto, a fare il proprio mestiere. Il nostro, qui, è analitico.

“Ci sono un paio di possibilità. La prima è che il virus si esaurisca improvvisamente o si troverà un vaccino e sarà sicuro uscire. E la prima cosa che gli esseri umani vorranno fare sarà festeggiare, tornare in strada, andranno in giro in macchina, e a quel punto gli animali abbandoneranno le città. Anche se credo che una cosa che potrebbe rimanere, dopo altri due o tre mesi in cui saremo costretti in casa… credo che tanti piccoli animali e uccelli faranno il nido nelle città, ad esempio alcune specie di falchi. O come il falco pellegrino che è un uccello presente sia in Europa che in Nord America. Loro ci saranno. Quando torneremo a lavorare negli uffici, potremo vederne i nidi dalla finestra. Saranno ben visibili.

 

Llandudno, 31 marzo 2020 (Photo: Ap)

Ma c’è anche un’altra ipotesi: se questa situazione andrà avanti per un bel po’, la gente potrebbe sentire il bisogno di uscire e potremmo trovare dei modi sicuri per fare passeggiate e rimanere distanti dagli altri. Mantenendo le distanze, magari stabilendo dei turni, forse le città consentiranno alle persone di uscire in base al numero della data di nascita, qualcosa del genere. Ma… gli spazi in cui viviamo saranno utilizzati da un numero minore di esseri umani. Stiamo constatando che è tutto più tranquillo in questo momento”.

Ci risiamo, prima balenava la decrescita totale y final, ora si palesa lo scenario ottimistico del “cosa abbiamo imparato dal virus”. Ma anche qui, per fortuna, il personaggio è complesso, e all’ottimismo volterriano si aggiunge presto un pessimismo quasi schumpeteriano.

“Se la gente comincia ad apprezzare l’idea di avere un cielo pulito e delle città più tranquille, allora forse quando tutto sarà finito, ripenseremo a come viviamo le nostre vite, magari lavoreremo da casa molto più di prima. Saremo più oculati negli acquisti, oppure sostituiremo la nostra dipendenza da shopping con altre forme di svago. Magari leggeremo di più. Ci sono tante possibilità. Con esito drammatico. Potremmo scoprire che il nostro sistema economico era troppo fragile e potremmo affrontare una forte depressione a livello mondiale. Non solo una recessione, ma una depressione vera e propria. Le banche potrebbero fallire. Per quanto riguarda i governi, prendiamo il governo incompetente degli Stati Uniti… potremmo assistere a una specie di collasso globale: un collasso economico e governativo. Se così sarà, quando ripartiremo, potremmo aver imparato alcune lezioni”.

Le lezioni.

“Se tanta gente morirà, purtroppo, il mondo sarà meno affollato e noteremo subito la differenza. A volte dopo le grandi guerre, c’è una variazione nel tasso di natalità e in tanti fanno figli, ma questo virus sarà accompagnato da crolli economici. Non so in che misura l’economia collasserà, non so se accadrà in tutti i paesi colpiti, non so se l’UE sopravviverà e gli Stati Uniti no. Nessuno può sapere cosa succederà, ma sono piuttosto sicuro che tutti noi in conseguenza di tutto questo, con tutte le persone che avranno perso il lavoro, con il collasso delle borse, a causa dei danni causati, tutti noi avremo meno soldi. E alla luce di questo, non credo che la gente vorrà avere figli così rapidamente, vorranno prendersi cura di quelli che hanno già. Ci sono tanti scenari possibili. In questo momento siamo in un limbo”.

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L'autore de Il mondo senza di noi (Photo: AW)

 

In uno dei primi capitoli del “Mondo senza di noi” Weisman parla con precisione ingegneristica del disfacimento delle case, il primo manufatto umano a essere colpito dalla distruzione dopo la sparizione dell’uomo. Oggi le città sono svuotate, ma le case sono diventate dei luoghi superaffollati. Chissà che non ci si trovi a fronteggiare pericoli inaspettati.

″È difficile tenere operativa una città, quando il modo in cui si finanzia è la tassazione dei suoi abitanti. Nel mio paese, stanno posticipando il pagamento delle tasse, perché siamo in emergenza. Se a settembre o ottobre saremo ancora in stato d’emergenza, alcune città si ritroveranno ad affrontare problemi molto seri. Vi sono alcuni servizi essenziali di cui le città si occupano, ad esempio si assicurano che le persone abbiano elettricità, la polizia... Dobbiamo rifletterci.

Ti faccio un esempio: adesso sono a casa mia e finora funziona tutto bene, ma io e mia moglie crediamo che la caldaia necessiti di una revisione, perché l’acqua non ci sembra molto calda. Noi non sappiamo occuparcene, non siamo idraulici, allora chi dobbiamo chiamare? E questo è il problema di una casa soltanto, immaginati i problemi di una città intera in caso siano necessari grandi lavori di riparazione da svolgere, ad esempio se si rompe una condotta dell’acqua oppure in caso d’incendio. Nel mio paese, in California scoppiano tantissimi incendi, sarà piuttosto dura per i vigili del fuoco raggiungere questi luoghi via aereo, oppure se iniziano ad ammalarsi di Coronavirus mentre cercano di domare incendi. Alcuni di loro potrebbero non essere più disponibili. Le nostre case sono piccole città e i problemi di ogni posto, dell’edificio in cui vivi, non faranno che ingigantirsi”.

Weisman, senza saperlo, probabilmente sta vivendo un dramma simile a quello di molti italiani, lo rivela con semplicità disarmante.

“Ti faccio un altro esempio. Mia suocera si trova in una casa di riposo, è un bel posto, dove le persone anziane vivono in comunità, ciascuno nel proprio appartamento, eccetera… Un’ospite della casa di cura è risultata positiva al Coronavirus e ora è in quarantena, ed ha un assistente personale che si prende cura di lei ed è a sua volta in quarantena, ma tutta la struttura ha dodici addetti alle pulizie che aiutano gli ospiti a tenere puliti gli alloggi, tutti i giorni. Dopo aver saputo dell’ospite ammalata, sette di loro si sono rifiutati di andare a lavorare. Ci sono solo cinque addetti. Ed è una piccola comunità in cui vivono 200 persone… una struttura del genere è come una piccola città, ma un po’ più grande. E i problemi di ogni posto, dell’edificio in cui vivi, non faranno che ingigantirsi. Ma voglio aggiungere una cosa”.

L’ultima cosa.

“Il Covid-19 ha un tasso di mortalità del 2-3%, ma la prossima pandemia potrebbe non essere così “gentile”. Potrebbe essere più simile all’ebola, o simile a quello che immagino all’inizio de “Il mondo senza di noi”: una pandemia che ci elimina tutti, lasciando solo la natura. Quello sì che sarebbe un pianeta molto più silenzioso. Ma non è quello che, ovviamente, auspico.”

 

Il mondo senza di noi (Photo: Einaudi)

 

 

 

 

 

 

 

 

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