Un uomo di ferro in un abito di velluto

Stefano Baldolini
Il leader della Lega Matteo Salvini

I suoi portavoce sostengono che il leader “ha freddo”, che non c’è alcuna strategia dietro, che ha deciso da solo, senza nessuno spin della “Bestia” o di altri guru della comunicazione, che certo – in abito di velluto e dolcevita e Clarks – “è più rassicurante”, ma anche governativo, “d’altronde è stato al governo no?”, ma “senza essere troppo istituzionale”, cioè senza vestito e cravatte, con cui magari – unica eccezione in questi mesi di campagna elettorale umida e dorsale (appenninica) – si va al residence Ripetta a presentare il libro - di e con - Bruno Vespa, ma quella è una liturgia stagionale, segna l’inizio dell’inverno tra le strade romane che iniziano ad agghindarsi alla meno peggio per il Natale, accompagna l’Avvento ed è tra le poche certezze del calendario dell’era Greta.

Un’altra delle certezze era Matteo Salvini, al netto delle esperienze primigenie nei centri sociali, al netto della Lega “costola della sinistra”, al netto “degli operai che votano Lega”, al netto di una certa attitudine al mimetismo – se non al travestitismo – del tipo, passato non senza una qualche disinvoltura dalle felpe alla tenuta da ‘puro 40% nel Paese’: giacca blu, camicia bianca (aperta), jeans – tutto molto strizzato che il Paese (e il consenso, mai così volatile) va tenuto stretto, deve aderire ed essere portato a spasso dal (corpo del) leader. Un’altra delle poche certezze – dicevamo – era che Matteo Salvini fosse di destra – persino di estrema destra, con qualche incursione documentata nella variante da stadio dello street style, con giubbotti griffati da case madri un po’ troppo avanguardiste – e dunque perché incrinarla questa certezza e indossare l’uniforme dell’intellettuale Rive Gauche per eccellenza – velluto e dolcevita e Clarks – perché sfiorare pericolosamente la vertigine dell’outfit da radical chic? E in primis, perché continuare a cambiare immagine...

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