"In una casa di Roma, il secolo di tradimenti e fallimenti"

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20/03/2016 Roma, Auditorium. Libri Come, VII edizione. 'Come Roma Latina', Pierluigi Battista (Photo: Mimmo FrassinetiMimmo Frassineti / AGF)
20/03/2016 Roma, Auditorium. Libri Come, VII edizione. 'Come Roma Latina', Pierluigi Battista (Photo: Mimmo FrassinetiMimmo Frassineti / AGF)

Pierluigi Battista è al suo primo romanzo. “La casa di Roma”, per la Nave di Teseo.

Ecco, questa cosa del primo romanzo mi spaventa sempre perché uno pensa che debba sempre esserci un secondo. Comunque, è la storia di una famiglia, dei suoi personaggi, dei conflitti, dei drammi, nel contesto storico del Novecento. Coinvolge tre generazioni costrette... o meglio... che si sono trovate a vivere nello stesso villino liberty a due piani, di Prati, verso Lungotevere. Conosce la zona?

Abbastanza.

Bene, e allora saprà che Prati è un quartiere romano molto contraddittorio. Che risente dell’ordine piemontese post unitario, strade regolari, diritte, caserme, piazze d’armi... ma anche della trasgressione delle cantine musicali, c’è la casa di Balla, arriva la Rai, gli attori, le ballerine, il teatro delle Vittorie. È in quest’unità di luogo che si concentra la storia della famiglia Grimaldi. Dove incidentalmente si svolgono i principali momenti di tensione che invece sfilacciano l’unità di tempo: il concerto dei Beatles del 1965 a piazza Cavour, gli scontri politici a piazza Risorgimento nel 1975, una lite molto dura tra padre e figlio davanti alle tartine di Antonini. Le ha mai mangiate? Altro luogo significativo di una certa borghesia piena di contraddizioni come la famiglia Grimaldi.

Tartine mangiate. Famiglia Grimaldi o Battista?

Grimaldi, Grimaldi. Certo, ci sono degli elementi autobiografici ma non è la mia famiglia. Le faccio un esempio. La figura del fascista, uno squinternato, da cinematografaro di serie B, è molto diversa da mio padre, che era fascista, e che invece assomiglia caratterialmente e moralmente molto di più alla figura dello zio comunista, conservatore, uomo d’ordine. Sì, io stesso sono cresciuto a Prati, non in un villino però, ma in un condominio ‘alla Ettore Scola’, con appartamenti di una moltitudine di stanze affacciate su un lungo corridoio. Piuttosto, nel libro ho messo l’atmosfera che ho vissuto. La forte politicizzazione che ho respirato negli anni Settanta. La tempesta morale. L’orrenda storia che quel decennio è stato. Senza nessun rimpianto. Ma è un romanzo, non un saggio storico. Doveva restituire i sentimenti, le passioni.

Ha citato i personaggi di Emanuele e Raimondo, traditi ‘politicamente’ dai rispettivi figli.

Sì, negli anni Settanta si invertono le parti. E i figli traditori, tra loro cugini, si incontrano nello snodo narrativo del libro, l’assassinio dello studente greco Mantakas, che si era iscritto ai fascisti del Fuan romano, che volevano i colonnelli della Grecia. Tradendo a sua volta i genitori, partigiani e democratici. Una biografia personale che mi colpì molto. Una storia pazzesca.

Il tradimento è il motore principale de “La casa di Roma”?

Un po’ sì. Ci sono tradimenti amorosi, affettivi, politici. Non è un idillio questa famiglia.

È anche la cifra del secolo, del Novecento?

Guardi, solo in un certo senso. Le ideologie hanno preteso di plasmare l’umanità secondo un imperativo categorico e antropologico: realizzare l’uomo nuovo. Il totalitarismo, a differenza di una dittatura qualunque, cerca di conquistare l’anima delle persone. Ma è stata una pretesa fallimentare: i tradimenti, le menzogne, sono poco riconducibili alla coerenza, e all’incarnazione di un tipo ideologico. Gli itinerari esistenziali sono molto complessi. Prendiamo Anita, che di nascosto, scappa da casa per andare a vedere all’Adriano a sentire i Beatles. In uno dei pochi momenti di felicità ribelle degli anni Sessanta che non viene minimamente intercettata dalle ideologie né del padre fascista, né dello zio comunista. Che non capiscono quello che sta succedendo.

A proposito: c’è molta musica nel suo libro. I Beatles, Annie Lennox, Francesco de Gregori...

Sì, perché la musica è una grande scappatoia esistenziale da ogni schema concettuale. È inutile, la realtà è più sfumata. È difficile etichettare le persone.

È per questo che Marco, il protagonista, fa tanta fatica a ricostruire la storia della sua famiglia? Perché i caratteri sfuggono alla classificazione?

Marco prova attrazione e repulsione per la sua famiglia. Per il Novecento così lontano dal suo ventunesimo secolo, dove la politica ha un ruolo differente, il contrasto tra fascismo e comunismo non ha più molto senso e viene soltanto sbandierato da minoranze chiassose che vogliono farne - diciamo così - motivo d’identità. Insomma, fa lo sceneggiatore di professione e sente che c’è molto materiale narrativo ma non riesce a trovare una sintesi in questo romanzo che può essere definito epistolare, ma fino a un certo punto.

In che senso?

Perché al posto di un classico schema destinatario-mittente c’è un giro di mail in cui tutti scrivono all’insaputa gli uni degli altri. Marco vuole sentire le diverse voci per ricomporre i frammenti del mosaico, - lo confessa alla madre - un po’ come Kurosawa in Rashomon dove ognuno racconta lo stesso evento dal suo punto di vista. Ma la scia dei rancori e di tensione è talmente forte, lui dice: ‘Siete incapsulati in questa storia e non riuscite a uscirne. E io non riesco a farvi uscire’. Questo è un po’ lo scacco finale di un romanzo, che invece io scrivo usando tutto il materiale.

Un gioco di specchi.

Questo romanzo è il materiale che queste persone danno a una persona più giovane che alla fine non riesce più a scrivere. Tutto qui. Insomma, da una parte c’è un’idea che l’umanità sia un legno storto, per citare Isaiah Berlin, dall’altro l’eccesso di stortura ne impedisce una lettura. Il racconto in fondo è un po’ questo, il tentativo di dare un senso. Ma questo senso, tra lutti, dolori, persone fragili che non ce la fanno, va perduto. Un po’ come Prati, che vuole ordine e rigore, ma la realtà è piena di curve.

Per questo che si ricorre agli elenchi?

Sì, a proposito di impossibilità del raccontare una vita. A un certo punto lo stesso Raffaello, che è un po’ il mio alter ego, dice ‘qui si scrive troppo, e per sapere chi siamo, meglio gli elenchi’. Gli elenchi sono la mia mania. Dicono di te moltissime cose, più di discorsi molto complessi. Alla fine esprimono il concreto intreccio di cosa conta veramente. Come fa Woody Allen in Manhattan, le dieci cose per cui vale la pena vivere, ma anche le dieci scene più comiche della tv italiana o i dieci giocatori della Juve che mi hanno commosso di più. Insomma, se ride e se piange, che è un po’ la mia cifra. Per questo metto in esergo Giordano Bruno: “In tristitia hilaris, in hilaritate tristis”.

Nessun rimpianto, ma c’è anche un piano di nostalgia.

La nostalgia è un fatto quantitativo molto semplice. C’è sempre quando si capisce che uno ha vissuto più di quanto vivrà. Ecco, questi elenchi sono ciò che conta veramente per te. Un vero bilancio. Anche se poi c’è questa frase di Gesualdo Bufalino che io trovo geniale, e con cui chiudo il romanzo. “Biografia: nacque, omissis, morì”.

Un omissis che si fa romanzo.

Sì, tra la nascita e la morte: un omissis. Non è stupendo?

La casa di Roma, La Nave di Teseo (Photo: La Nave di Teseo)
La casa di Roma, La Nave di Teseo (Photo: La Nave di Teseo)

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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