## Una donna italiana per la Biennale Arte, la sfida di Cecilia

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Milano, 10 gen. (askanews) - Cecila Alemani è stata nominata oggi alla guida della 59esima Biennale d'arte di Venezia del 2021, con una decisione che la stessa nota ufficiale dell'istituzione ancora presieduta da Paolo Baratta ha definito "non più procrastinabile". Una scelta che per la prima volta cade su una donna italiana, quattro anni dopo la curatela di Christine Macel, edizione nella quale la stessa Alemani ha immaginato, con grande successo, il Padiglione Italia. Una scelta che appare in linea con la visione di Baratta e coerente con il percorso delle ultime Biennali, ma che inserisce comunque un elemento di ulteriore passo avanti nella ricerca di quei meccanismi del desiderio di arte (ma vale per l'architettura, il cinema e tutte le altre sezioni della Biennale) che a Venezia da tempo si cerca di continuare a stimolare, nell'ottica di quell'ingaggio dei visitatori (guai a dire "pubblico" davanti al presidente) che è diventato sempre più elemento cruciale della Mostra internazionale e, per osmosi, anche dei padiglioni nazionali.

Lo scarto è di genere, certo, ma anche e soprattutto di approcci: Cecilia Alemani nel 2017 ha radicalmente cambiato l'idea del padiglione italiano, abbattendo il numero di artisti invitati (da una media di 15 circa a oli tre) offrendo così uno spazio di ricerca più ampio, una impostazione da vera mostra personale, andando a coinvolgere tutta l'architettura del padiglione, complessa e vastissima. Con gli esiti che sappiamo, su tutti lo straordinario lavoro acquatico di Giorgio Andreotta Calò, probabilmente il singolo pezzo più bello di tutta la Biennale della Macel. E poi c'è da ricordare l'attività newyorchese di Alemani, capo curatore dei progetti d'arte per la High Line della Grande Mela, forse il "luogo" che negli ultimi anni più di tutti ha catturato l'attenzione dei viaggiatori e che, anche nella sostanza, rappresenta un primo passo verso un nuovo modo della metropoli americana, patria del nostro stesso immaginario collettivo, di pensare se stessa in relazione a temi come l'ambiente, la comunità, il riutilizzo delle strutture industriali, la relazione con la cultura. Insomma, anche qui un'idea di cambiamento forte.

Per questo la sfida della prossima Biennale d'arte per Cecilia Alemani ci sembra particolarmente stimolante, per poter verificare in che modo il suo approccio personale così incisivo troverà la maniera di manifestarsi anche nel più ampio (verrebbe da dire "colossale") lavoro di gestire quello che è uno dei due più importanti eventi di arte contemporanea al mondo (e l'altro, dOCUMENTA a Kassel, senza voler fare graduatorie, torna soltanto nel 2022).

Quando askanews l'aveva intervista in anteprima sul padiglione italiani del 2017, Alemani ci aveva detto di volere cercare "spingere la produzione degli artisti perché quello da proporre in Biennale fosse il lavoro più bello e, in un certo senso, più ambizioso della loro carriera". Anche questo potrebbe essere un punto di partenza in vista di ciò che accadrà tra l'Arsenale e i Giardini a Venezia nella primavera del prossimo anno.

Un'ultima curiosità: nel 2013 a curare la Biennale d'arte è stato Massimiliano Gioni, che di Cecilia Alemani è il marito. Adesso tocca a lei.