Una giornata nell'ambulatorio di Emergency, dove i profughi possono finalmente piangere

Annalista Cretella / AGI

Un “posto sicuro”, dove farsi aiutare, curare, visitare ma anche dove essere ascoltati e potersi lasciare andare. L'ambulatorio mobile di Emergency che dall'inizio di marzo staziona nel centro di Balti, città a nord della Moldavia, la seconda del paese anche se diversissima dalla scintillante capitale Chisinau, è tutto questo per i tanti profughi ucraini, già “oltre un centinaio”, che hanno fatto capolino da quella porta. Anche l'AGI è stata all'enorme Politruck durante il suo reportage nel Paese - è tanto grande che ha impiegato tre giorni per arrivare fin qui da Milano - e ha incontrato parte del team.

Come ci ha raccontato Andrea Bellardinelli, il coordinatore del progetto migrazioni ed emergenze, a loro si rivolgono soprattutto persone con malattie croniche che, essendo fuggite in tutta fretta allo scoppio delle prime bombe, non si sono portate dietro il piano terapeutico o comunque non riescono a trovare gli stessi medicinali.

“Vengono qui in ambulatorio per il controllo delle patologie, per fare la visita con la dottoressa e richiedere i farmaci che assumono abitualmente - interviene Caterina, l'infermiera di Emergency - ma già l'anamnesi, capire quale molecola stanno assumendo, è difficile: non solo perché i nomi commerciali sono differenti, e sono scritti in cirillico, ma perché spesso assumono delle formulazioni che noi non usiamo. Molte volte i nostri farmaci non coincidono con i loro”. In questi casi li indirizzano dal medico di medicina generale. Di buono c'è che in Moldavia hanno diritto all'iscrizione con un medico di base, che può prescrivergli ciò di cui hanno bisogno. “La collaborazione con il governo, qui è ottima” Andrea lo sottolinea “perché non è sempre così”.

“In questi mesi di ascolto - aggiunge il coordinatore - ci siamo resi conto che serve anche il pediatra, e ne abbiamo fatto arrivare uno, sarà in servizio da domani. Ma la cosa più importante, almeno in questa fase, è proprio fornire informazioni, perché i rifugiati sono spaesati, lontani da casa. Quasi sempre si tratta di donne senza il marito, con dei bambini, sono famiglie spezzate”. “Il fatto di non sapere cosa accadrà nei prossimi giorni o mesi, di non poter avere una progettualità, genera molta ansia. Si trovano in una situazione di sospensione... che non fa bene a nessuno”. E qui il lavoro di Giovanna, la psicologa, è fondamentale. Così come quello della mediatrice culturale, visto l'ostacolo enorme della lingua, o come quello della ‘Logista', Maya, che riesce a organizzare e incastrare tutti i complicati aspetti pratici.

Anche se il Politruck di Emergency, con i due ambulatori, uno per il supporto psicologico e l'altro per l'assistenza medico infermieristica, è conosciuto e ben visibile con il suo rosso vivace, adesso partirà anche una campagna informativa, con affissioni in giro per la città. Perché “questo è parte della cura: sapere dove andare e cosa fare” sottolinea Andrea. “In tanti si fermano qui. E così si crea un luogo sicuro, dove si sentono accolti e protetti”.

Colpisce la reazione degli anziani, che “alla fine della visita, spesso abbracciano la dottoressa, sono molto riconoscenti. Dopo il controllo vedi l'espressione del loro volto che cambia, Qui, possono anche piangere”. Tra le caratteristiche di questo popolo di certo spicca la fierezza. Quindi è raro vedere occhi lucidi in pubblico: soprattutto  le donne ucraine, che all'improvviso si sono trovate a vestire un doppio ruolo, cercano di essere forti al quadrato, per se stesse e per i loro figli. Ma è comprensibile che qui, tra queste pareti, si sentano in zona franca.

“Vengono per il diabete, l'ipertensione, la glicemia, poi appena fai una domanda che esula dall'aspetto sanitario, si apre un mondo. E scoppiano a piangere” racconta Caterina. “Poi si scusano, e ci spiegano che a casa non possono farlo, perché non vogliono farsi vedere così fragili dai bambini”.

Intanto il conflitto si inasprisce, molti profughi temono che la Moldavia possa essere la prossima ‘vittima', e si stanno spostando il più lontano possibile dalla Transnistria, quella striscia di terra filo russa che si è autodichiarata indipendente 39 anni fa. E che potrebbe servire all'esercito di Putin come porta di ingresso per attaccare Odessa. Se succede, cosa fate, Emergency è pronta ad assistere un maggior numero di profughi ?

“Non vorremmo mai assistere alla fase 2, quella che prevede l'attivazione di team medico-chirurgici, per l'arrivo dei feriti di guerra da sud, se il conflitto in quella zona aumenterà”. Detto questo la risposta è affermativa, “Anche in questo caso, abbiamo dato la nostra disponibilità a supportare il ministero della sanità moldavo”. Mentre parliamo si avvicina una signora. Andrea le va incontro per darle informazioni. È una profuga ucraina, arrivata qui a Balti, con i suoi due figli. Chiede come fare per andare in Italia, ci vuole restare almeno tre mesi. Qui non si sente al sicuro. Il motivo di tanta ansia è facile da capire. Lo ha spiegato così “Una mattina ci siamo svegliati e con due razzi inesplosi nel giardino. Siamo scappati subito e per adesso non vogliamo tornare”.

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