Una lettura liquida e artistica dei codici della Maison Valentino

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Pechino 2 nov. (askanews) – Una lettura liquida degli elementi che sono alla base del lavoro della Maison Valentino, attraverso le opere di vari artisti internazionali. A Pechino va in scena il secondo capitolo di “Valentino Re-Signify”, progetto artistico curato da Mariuccia Casadio e da Jacopo Bedussi. “La risignificazione di Valentino – ha detto Bedussi ad askanews – parte da Valentino, quindi iniziamo sempre lavorando su dei codici che vengono dalla storia della maison e dal lavoro che Pierpaolo Piccioli fa e ha fatto in Valentino”.

La mostra, negli spazi di T-10 a SKP South, ci concentra su alcuni segni chiave per Valentino, come la Couture, l’Atelier, Stud e VLogo Signature. E il lavoro degli artisti dialoga con gli abiti per costruire un’altra possibile narrazione della metropoli cinese. A esporre anche i curatori hanno invitato anche Jacopo Benassi, fotografo di formazione, che ha presentato però un progetto installativo. “Ho sempre desiderato fare un’opera che si muovesse – ci ha detto – che fosse come un abito. Appena mi è arrivata questa proposta quello che ho provato è stato un senso di libertà”.

Libertà che è quella che ha guidato le interpretazioni degli artisti, ma che è anche quella di riaffermare l’importanza di una distinzione fondamentale. “La moda e l’arte – ha aggiunto Bedussi – sono due cose che sono sempre diverse, la moda è moda e l’arte è arte. Sono due cose che possono lavorare sugli stessi aspetti del mondo o dell’estetica o di un sistema, ma lavorano in modo diverso, perché fanno riferimento a sistemi diversi e quindi arriveranno necessariamente a risposte diverse, che però possono dialogare tra loro”.

Un dialogo che, nel caso di Benassi, ha riguardato anche lo stesso artista e il suo lavoro. “La fotografia – ci ha raccontato – è il mio modo di comunicare, però entro dentro quella e poi esco con altre cose. Questa esperienza con Valentino è stata importante, perché mi ha dato la possibilità di avere la conferma che la mia strada è questa”.

L’idea di fondo che ha guidato tutto il progetto, da Piccioli ai curatori e agli artisti, è stata quella di costruire una struttura liquida, che avvolge e invita a perdersi, lasciando che i segni dell’identità di Valentino appaiano riconsiderati, quasi come dei miraggi lisergici.

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