Una mini inchiesta del Messaggero svela le tare di un settore dove spesso abita l'indifferenza

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Le diagnosi di tumore sono momenti delicatissimi
Le diagnosi di tumore sono momenti delicatissimi

L’odissea dei malati oncologici negli ospedali di Roma l’ha raccontata una mini inchiesta del Messaggero mutuata da molti episodi raccontati dai pazienti stessi o dai loro parenti, ed è un’odissea condensabile in una frase che pesa come un macigno: “Diagnosi in corridoio”. Insomma, il focus del quotidiano romano svela le tare di un settore dove il dolore è di casa e dove la delicatezza e i protocolli di approccio al paziente dovrebbero essere più che negli altri particolarmente scrupolosi, in protocollo e in etica.

L’odissea dei malati oncologici di Roma e i dati dell’Aimac

E invece pare che non sia sempre così. A svelarlo anche un report dei volontari dell’Aimac, l’Associazione italiana malati di cancro, presso gli ospedali San Giovanni, Sant’Andrea, Ifo, Umberto I, San Filippo Neri, San Camillo, Campus biomedico, Tor Vergata e Gemelli. L’associazione ha esaminato le 2450 richieste di aiuto arrivate tra il novembre del 2020 e l’ottobre di quest’anno. Dove arrivano? Negli spot di accoglienza dell’associazione.

Il meglio del peggio delle diagnosi: ecco l’odissea dei malati oncologici di Roma

E spesso quello che raccolgono è un florilegio di pressappochismo riassumibile in frasi come l’evergreen “non è di nostra competenza” o “se il dolore aumenta lo porti in pronto soccorso”. Ci sono percentuali che oggi si perdono nel mare magum della lotta al covid che “monopolizza” i fatti della sanità: “Il 30% di quelle richieste era su informazioni sulla patologia e/o sull’iter diagnostico-terapeutico, il 26% aveva bisogno di materiale informativo, il 14% di informazioni sui diritti che spettano al paziente oncologico”. Insomma, i pazienti si sentono spesso confusi, abbandonati e in balia di eventi che hanno un battage terribile.

Due donne che hanno testimoniato l’odissea dei malati oncologici di Roma

E ci sono anche testimonianze, come quelle di una mamma di Roma Nord citata dal Messaggero: “Che la cura di mia figlia non stava funzionando me l’hanno detto mentre ero in piedi, nel corridoio, davanti ad altre persone a me sconosciute. Mi sono sentita svenire e anche umiliata, la vita di una ragazza fino a pochi mesi fa nel pieno delle forze veniva liquidata così in poche brutali parole”. E ancora, da parte di Valentina, che aveva il padre affetto da adenocarcinoma polmonare: “Tumore al terzo stadio non operabile, la comunicazione ci è stata fatta in piedi tra la porta di uscita del reparto e quella di entrata degli infermieri”.

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