Una sacca di civili intrappolata fra le due tenaglie del nuovo fronte e negli orrori degli stenti

Un'immagine della desolazione a Kramatorsk
Un'immagine della desolazione a Kramatorsk

A raccontare la fame e la paura a Kramatorsk ci ha pensato uno splendido reportage del Corriere della Sera e quella paura passa per una consapevolezza agghiacciante: “Due settimane e i russi arriveranno anche qui”. Quella della zona fra Kramatorsk e Severodonetsk è la storia di una sacca di civili intrappolata fra le due tenaglie del nuovo fronte e negli orrori degli stenti che quotidianamente devono affrontare. Lì se non si muore di bombe si crepa perché non ci sono medicine, o acqua o cibo.

“Due settimane e i russi arriveranno anche qui”

E le testimonianze raccolte fanno fede assoluta e triste: “Non ricevevo le medicine da un mese. Mi avete salvato la vita”. O ancora: “Ho il Parkinson, sono sola e se nessuno mi porta le pillole, muoio. Io muoio”. Una donna fa appelli sui  social network per avere di che vivere. Tutto questo mentre l’aria è sferzata dalle sirene che preannunciano obici-mostri da 155 mm, roba che sfascia palazzi come fuscelli. Il Corsera spiega che ad esempio “Liuba e Valentina accolgono con sollievo un pacco di pannoloni. Servono per Liuba che non si può alzare dal letto. Il materasso è intriso di urina, l’aria è irrespirabile”.

Scappare dovunque ci sia cibo

“Sul comodino, una ciotola di zuppa rancida. In cucina, un fornelletto vecchissimo”. Il cibo manca, manca il gas e manca la speranza. Manca al punto che alla fine nessuno si stupisce se ad un certo punto una donna allo stremo dice: “Mi devo curare con l’insulina”. Poi spiega che vuole provare a passare dall’altra parte. E quando le chiedono perché voglia “andare dall’altra parte, sei pazza nonna?” lei semplicemente risponde: “Non importa se sono russi o ucraini. Qua muoio di fame”.

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