Una serra idroponica in centro a Milano: la coltivazione si sposta in città

Emanuele Perugini

Da qualche settimana nel cuore di Milano, al Palazzo delle Stelline, a due passi dal Cenacolo di Leonardo da Vinci, c'è un'altra opera dell'ingegno da ammirare: una serra idroponica. Nulla a che vedere con il grande capolavoro dell'arte rinascimentale, ma certo un vero e proprio gioiello di scienza e di tecnologia che permette di trasformare anche gli spazi urbani in luoghi di produzione del cibo.

Perché è proprio questa riconversione dello spazio, che rappresenta anche un recupero di suolo, il senso della serra realizzata nella sede della Fondazione Eni Enrico Mattei. “Per lungo tempo – spiega Stefania Quaini, ricercatrice di FEEM e principale responsabile del progetto – la produzione alimentare è stata considerata al di fuori della sfera di competenza delle città, principalmente perché il cibo viene normalmente prodotto fuori dai confini della città.

Da diversi anni vi è un crescente riconoscimento di un nuovo ruolo della città non solo nella fondamentale prevenzione allo spreco e nella gestione dei rifiuti ma in un più ampio, e complesso, sviluppo di sistemi alimentari sostenibili. Nella presa di coscienza che più del 50% della popolazione mondiale vive oggi in contesti urbani e nella previsione che attorno al 2050 aumenterà all'80%, l'urgenza di considerare la città nelle dinamiche della produzione alimentare sana e sicura è fondamentale.

La riscoperta dell'urban farming, dell'idroponica, dell'indoor farming e vertical farming è dovuta agli obiettivi insiti in ciascuna di queste dinamiche e metodologie proponendo, involontariamente e non, interessanti risposte ad alcune di queste sfide”.

L'impatto dell'agroalimentare

Detto in altri termini, se vogliamo fare in modo di vincere la sfida della sostenibilità dobbiamo fare in modo che la catena degli approvvigionamenti, soprattutto quelli alimentari, sia più sostenibile e più alla portata di pianeta. Per farlo occorre lavorare in due direzioni. La prima, culturale, attraverso progetti e iniziative dimostrative come è appunto la serra idroponica nel cuore di Milano, la seconda invece più consapevole dell'impatto che i nostri cibi hanno sul bilancio del carbonio su scala planetaria.

“Il settore agroalimentare consuma ad oggi il 30% dell'energia mondiale disponibile, di cui più del 70% avviene al di fuori dell'azienda agricola”, aggiunge Quaini. Il contributo di CO2 dell'intera filiera, dalla produzione di sementi e macchinari alla trasformazione di materie prime, conservazione, refrigerazione, imballaggio, trasporto, distribuzione, “è ben al li là di quanto il sistema stesso è in grado di assorbire”. Senza dimenticare le tonnellate di cibo buttate per perdite o sprechi alimentari.

Una delle chiavi per riuscire a rispondere alla domanda di maggiore sostenibilità è la tecnologia. “La spinta verso una produzione in sistemi di agricoltura rigenerativa, tra i modelli più virtuosi di produzione agricola sostenibile, non può essere interpretata come un radicale ritorno alla coltivazione priva di progresso tecnologico o scientifico. Anzi – afferma Quaini – quei metodi che più si concentrano sulla possibilità di restituire al suolo parte del nutrimento e utilizzano gli scarti valorizzandoli in un'ottica, appunto, di rigenerazione o, in altre parole, di comportamento circolare possono e devono aumentare in numero e dimensione di pari passo con le più avanzate scoperte scientifiche al fine di trasformarsi in prassi su differenti scale”.

Il cibo ha un'energia

Per questa ragione a inizio 2019 la Fondazione Eni Enrico Mattei, di cui sono stati celebrati qualche settimana fa i trent'anni dalla sua fondazione, ha avviato la Food Impacts Initiative (F2I) all'interno dell'Area di Ricerca trasversale dell'Agenda 2030. In Food Impacts Initiative, coordinato sempre dalla ricercatrice Stefania Quaini, il cibo viene approcciato prima di tutto come un prodotto energetico e nell'osservazione degli impatti delle scelte alimentari di tutti noi, nelle diverse parti del pianeta in cui produzione e scambio diventano variabili di modelli di economia (circolare).

Uno dei principali cardini è quello dell'esplorazione di nuove tecnologie di produzione locale. “Questo versante del Food Impacts Initiative, la produzione locale, decentralizzata che adotta sistemi indoor ad alto contenuto di tecnologia è quello che ha portato anche alla costruzione di una piccola serra, vertical farm, presso la sede della Fondazione, in pieno centro a Milano”, spiega Quaini.

Percorso didattico e sensoriale

Obiettivo della serra Food Sense è mettere in mostra, nel pieno centro di Milano, un sistema di coltivazione in ambiente controllato (CEA – Controlled Environment Agricolture) per solo uso didattico. Verranno effettuati diversi tipi di coltivazione partendo da basilico, rucola, insalatina e alcuni fiori commestibili. La serra è completamente automatizzata grazie al sistema Arduino, una piattaforma hardware/software opensource. L'automazione gestisce i ritmi di luce, il flusso dell'acqua e tiene sotto controllo la crescita delle piante, valori di temperatura, umidità, livello dell'acqua, conducibilità, pH e di qualità dell'aria”.

Scopo della Fondazione Eni Enrico Mattei è coinvolgere in percorsi didattici le scuole primarie e secondarie di primo grado veicolando non solo le pratiche che sempre più spesso saranno parte integrante dei sistemi urbani ma parlando di programmazione, biologia, di agroecologia, di alimentazione sana, dell'impatto delle proprie scelte sul pianeta nell'ottica degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile che questo progetto aiuta a raggiungere.

“Il vertical farming, o agricoltura verticale – prosegue Quaini – consiste nella coltivazione di specie vegetali a scopo alimentare attraverso sistemi di produzione agricola che sfrutta l'altezza e coltiva fuori suolo in ambienti (anche interi palazzi) interamente chiusi in cui acqua, luce e temperatura sono controllati. Tra i maggiori teorizzatori della pratica dalla fine degli anni Novanta il francese Despommier, docente di Scienze della Salute ambientale presso la Columbia University”.

I vantaggi dell'idroponica

L'agricoltura verticale sta entrando a far parte di pratiche di agricoltura urbana nella logica di minor sfruttamento del terreno: coltivando su più livelli, il vertical farming promette di ridurre il suolo utilizzato permettendo di evitare alcune delle principali problematiche legate all'agricoltura: l'impoverimento del suolo e la perdita di minerali. Nel vertical farming, che adotta un tipo di coltura detta idroponica, le piante vengono coltivate in una soluzione di acqua e minerali diminuendo fino al 90% i consumi d'acqua rispetto all'agricoltura tradizionale e aumentando la produttività fino al 20%. Infine la tecnica, che consente di coltivare durante tutto l'anno, permette di ottenere cibi più sani per l'assenza di pesticidi e fertilizzanti.

“Ci sono molti aspetti ancora acerbi nel settore e dinamiche complesse da tenere in considerazione – chiarisce Quaini – la Fondazione Eni Enrico Mattei dunque precisa che, come ormai appurato da molti studiosi, questo metodo non è la soluzione per sfamare la popolazione globale crescente, ma un'interessante tecnica che, coinvolgendo diverse tecnologie, permette di essere a compendio dell'agricoltura tradizionale più volta alla sostenibilità con la possibilità di effettuare test più rapidamente e provvedere in parte ad approvvigionare, per ora, il consumo urbano di alcuni tipi di vegetali”.

Tecnologia per la sostenibilità

Proprio per approfondire le questioni legate a questa tecnica, lo scorso dodici dicembre a Milano, presso la sede FEEM si è svolto il primo evento connesso al tema del vertical ed urban farming Food Sense. Il Vertical farming a supporto della città sostenibile' in cui i punti di vista e la lente di ingrandimento si sono alternati tra la teoria del professor Paolo Deganello, professore di Biodesign all'Istituto superiore per le industrie artistiche (ISIA) di Firenze e la sua realistica osservazione delle interpretazioni da parte dell'architettura ispirata alla natura, alla pratica con gli interventi di Stefania Amato, che con C40, si dedica all'impatto ambientale dei sistemi metropolitani.

All'evento si è discusso anche delle food policy locali di Milano. All'evento ha partecipato anche Francesco Orsini dell'Università degli studi di Bologna, tra gli esperti a livello nazionale e internazionale e promotore del Urban Farming Contest giunto alla terza edizione, che ha approfondito insieme a Oltre Venture, primo fondo di impact investment in Italia e Agricola Moderna per conoscere le sfide di una startup che si sta affacciando al settore.