Una 'terapia meccanica' per il cuore, studio italiano

(Adnkronos) - Apre a una possibile 'terapia meccanica' del cuore lo studio firmato da una task force di ricerca cardiovascolare tutta italiana, coordinata dal Centro cardiologico Monzino di Milano. Nel lavoro pubblicato su 'Circulation Research', gli autori guidati da Maurizio Pesce, responsabile dell'Unità di Ingegneria tissutale cardiovascolare dell'Irccs meneghino, hanno descritto un meccanismo alla base della fibrosi cardiaca che 'indurisce' l'organo motore compromettendone la funzionalità. Gli studiosi hanno inoltre dimostrato i benefici di un farmaco già disponibile, che potrebbe dunque rivelarsi un'arma anti-scompenso.

Il gruppo di ricerca - spiegano nel dettaglio dal Monzino - ha svelato il meccanismo attraverso il quale le sollecitazioni meccaniche che si instaurano a causa delle variazioni strutturali nel miocardio infartuato attivano il processo di fibrosi cardiaca, e hanno scoperto che un farmaco di uso comune, la verteporfina, è in grado di interferire con questo meccanismo, riducendone significativamente l'impatto.

In particolare, gli autori hanno evidenziato che le forze di deformazione/compressione meccanica inducono i fibroblasti cardiaci - le cellule del tessuto connettivo che hanno una funzione riparatrice - a deporre tessuto connettivo-fibroso anomalo nel muscolo cardiaco. Chi soffre di fibrosi, oltre a presentare diversi disturbi dovuti a un cuore più rigido e meno contrattile, è ad alto rischio di insufficienza cardiaca. E siccome al momento non esistono cure in grado di ripristinare la naturale architettura del miocardio, anche se diversi trattamenti riescono ad alleviarne i sintomi e rallentarne il decorso, avere provato l'attività anti-fibrotica della verteporfina rappresenta secondo gli esperti "un motivo di speranza per migliaia di pazienti cardiopatici".

"Era già noto - ricorda Pesce - che la conversione delle cellule cardiache stromali in miofibroblasti dopo l'infarto è causata dall'ipossia e dai processi infiammatori a essa legati: tutti fattori che predispongono al rischio di fibrosi e insufficienza cardiaca. Finora ci si è concentrati su questi fenomeni come principali target terapeutici. Non c'era però una spiegazione alla natura cronica di questo processo, che continua anche dopo il miglioramento delle condizioni patologiche acute. Abbiamo quindi ipotizzato che l'anello mancante in questa conversione fosse la risposta dei fibroblasti cardiaci alle sollecitazioni meccaniche risultanti dall'alterazione strutturale del cuore dopo l'infarto. Abbiamo analizzato il ruolo di queste sollecitazioni nella trasformazione dei fibroblasti cardiaci in miofibroblasti e verificato come bloccare questo processo attraverso l'uso di un farmaco, la verteporfina, che impedisce la funzione di un fattore di trascrizione (Yap) noto essere attivato dalle forze meccaniche".

"I risultati ottenuti in un modello cellulare 3D - riferisce lo specialista - hanno mostrato che il farmaco blocca l'evoluzione fibrotica dei fibroblasti cardiaci e che il blocco avviene anche in presenza di stimoli 'umorali' come il trattamento con il Tgf-beta. Nel modello animale abbiamo confermato che la somministrazione di verteporfina in presenza di ischemia cardiaca determinava una riduzione significativa della fibrosi".

"Il nostro studio - conclude il coordinatore - suggerisce che prevenire l'effetto molecolare dei segnali meccanici nei fibroblasti cardiaci migliora la fibrosi, introducendo per la prima volta l'idea di una terapia meccanica del cuore, potenzialmente in grado di bloccare 'a monte' lo sviluppo dello scompenso cardiaco".

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