Un'altra bocciatura per Salvini

Alessandro De Angelis
Ansa/Agf

Alla fine, dopo ben due giorni di camera di consiglio, la Corte costituzionale ha deciso di bocciare il referendum della Lega. Scelta sofferta, molto sofferta: circola anche una stima secondo la quale sarebbero stati sei i giudici favorevoli all’ammissibilità e otto i contrari, segno che la questione era giuridicamente non scontata, meritevole di grande riflessione e dibattito, ma anche estremamente delicata nelle sue ricadute politiche. Perché, comunque, indica un percorso anche nella politica italiana.

Ha prevalso, dunque, una linea interpretativa più tradizionale, secondo la quale il referendum Calderoli non dava certezze che la delega garantisse l’auto-applicabilità, cercando di spostare il soggetto delegante dal Parlamento al popolo attraverso il referendum. E, secondo una consolidata giurisprudenza della Corte, gli organi costituzionali o di rilevanza costituzionale non possono essere esposti all’eventualità, anche solo teorica, di paralisi di funzionamento. E infatti nel testo della Consulta viene definito “eccessivamente manipolatorio” il quesito. Dall’abrogazione delle norme relative alla distribuzione proporzionale dei seggi infatti discenderebbe la necessità di una successiva rideterminazione di tutti i collegi uninominali, che può essere fatta solo dal Parlamento con legge delega. Si sarebbe cioè prodotto un “vuoto”.

Il travagliato parto racconta tuttavia come dietro gli aspetti tecnici e giuridici, molto controversi, tali da dividere il parere dei giudici, siano state oggetto di riflessione anche questioni di fondo, che riguardano le fondamenta stesse della democrazia, come è emerso sin dalla arringhe degli avvocati: lo snaturamento costituzionale che avrebbe prodotto l’introduzione di un sistema iper-maggioritario all’inglese e, per i fautori dell’ammissibilità, il delicato precedente che la bocciatura rischia di fissare, ovvero privare i cittadini della possibilità di pronunciarsi in materia di legge elettorale. E,...

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