Un enigma chiamato Salvini

Alessandro De Angelis

L’enigma chiamato Salvini. Perché così viene vissuto, imperscrutabile come il volto della sfinge, stufo da giorni anche del solito pressing dei suoi: “Anche questo film – dicono quelli attorno al capo della Lega – può bastare. Matteo fa le sue riflessioni da solo. Punto”. L’enigma alimenta il sospetto che ogni attimo potrebbe essere quello giusto “se non si fanno le cose”, spaventa e incassa sui provvedimenti, alimenta la narrazione fuori dal palazzo, oggi Bibbiano domani chissà. Perché la sua leadership è un referendum permanente, si nutre di questo elemento psicologico del Palazzo che non capisce le sue mosse e vive nell’incertezza di una decisione vissuta come il giudizio di Dio che arriva all’improvviso, quando meno te l’aspetti.

Ma, al dunque, la crisi non ci sarà, almeno per ora, basta un po’ di sguardo freddo all’agenda di questi giorni: la fiducia sul decreto sicurezza, l’annuncio di una commissione d’inchiesta su Bibbiano, il governo che rimette nelle mani di Pillon la restaurazione del diritto di famiglia… La crisi non ci sarà, dicevamo, ma la domanda resta: perché Salvini non rompe, why not? Chi, dentro la Lega, ha in mano il pallottoliere racconta che sono almeno un’ottantina i parlamentari che vorrebbero la crisi subito. E c’è l’intero gruppo dirigente, perché ormai è chiaro che anche i ruggiti di Zaia sull’autonomia sono un modo per parlare a nuora (Conte) perché suocera (Salvini) intenda: “Sabato – racconta l’ex sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo – eravamo a Venezia con la Gelmini. La Lega del Veneto è una Repubblica Autonoma, in parecchi venivano a parlare con noi perché non capiscono dove voglia andare a parare Salvini”. È una sensazione diffusa questa forte spinta che arriva dai territori, dal ceto politico diffuso. Però in ciò che non si spiega con le categorie tradizionali c’è anche il segno di una novità dei tempi. Pier Luigi Bersani è uno che le orecchie a terra le...

Continua a leggere su HuffPost