L’unica idea: un Aventino per far impallinare Berlusconi (dai suoi)

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Getty images (Photo: Getty images)
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“Gioco di rimessa”, così si direbbe nel calcio. Per ora lo schema del Pd è questo: finché c’è in campo Berlusconi, finché i giovani leoni sovranisti (boh) di quella parte, dopo aver spiegato per anni che loro sono il nuovo che avanza, sono usi ad obbedir tacendo di fronte al vecchio che torna, insomma finché non si consuma il tentativo, che può essere anche il 27 gennaio (dopo tre giri di bianche) con la destra non si parla. Il che è anche una constatazione oggettiva perché è la destra che ha scelto di non parlare con la sinistra, creando un oggettivo stallo.

L’unica riflessione interna, per ora una chiacchiera, è se il 27 gennaio riprodurre, a parti invertite, la mossa che Berlusconi fece con Romano Prodi nel 2013: consapevole che una parte dei suoi (Comunione e Liberazione) pur di consegnarlo alla storia avrebbe votato il suo avversario storico, impose l’uscita dall’Aula. In questo caso l’uscita consentirebbe di evitare che nel voto segreto facciano qualche scherzo, come dicono al Nazareno, “i vari Marcucci” e ma anche “qualche scappato di casa” dei Cinque Stelle che magari nel frattempo si è fatto allettare dal Cavaliere. L’idea è una sorta di Aventino giallorosso, lasciando che Berlusconi venga impallinato dai suoi, cosa data abbastanza per scontata al Pd, dove sono sicuri che Sandra (cioè la Meloni) abbia con Raimondo (Letta) l’obiettivo comune di stoppare il Cavaliere, il che spiega la consuetudine di questi mesi.

Mossa ad effetto, potenzialmente efficace. Che però necessita anche di un clima meno da educande. Beh, insomma, se vuoi uscire dall’Aula serve la grande chiamata all’emergenza democratica, la denuncia del Caimano che vuole diventare capo dei magistrati, l’evocazione di condanne, processi e donnine, un po’ di sana indignazione morale. La minaccia di conseguenze. L’opposto di come l’ha impostata Enrico Letta. Parole quasi da sciura al tè delle cinque, “Berlusconi è divisivo”, signoramia, che “grave” quello che ha detto. Ops, per vent’anni al popolo della sinistra si è detto che aveva infettato la democrazia, o avevano capito male. E il governo c’entra poco: perché si può stare al governo anche col diavolo, in nome di pochi obiettivi e per un lasso di tempo blando, però questo non significa che il diavolo nel frattempo sia diventato un santo. Domanda: perché Berlusconi che con Draghi al Colle cade il governo ed Enrico Letta non risponde “con Berlusconi al Colle sarà scontro nel paese e si va al voto il minuto dopo?”. Magari qualche parlamentare di quelli contattati da Arcore capirebbe che non ne vale la pena. Qualcuno se lo chiede ma non è dato sapere: “Lo sai come è Enrico, il carattere…”.

Vabbè, in attesa di Berlusconi, in un clima ovattato, in attesa di una direzione di giovedì che farà dell’attendismo strategia, in attesa di tutto senza una iniziativa perché è anche pericoloso lasciare Berlusconi in campo, considerato il suo portafoglio, per tutto questo tempo senza proporre uno schema alternativo, in attesa proviamo a capire che cosa ha in testa Letta. Diciamo le cose come stanno: Enrico Letta pensa che se da questa partita ne esce senza tanti danni, è già un successo. E ha le sue buone ragioni: un partito che in Parlamento vale il 12 per cento, per colpa di Renzi due volte, che prima nel 2018 lo ha portato al minimo storico, poi ha pure fatto una scissione; un alleato, i Cinque stelle, completamente fuori controllo, col sedicente leader che ha cambiato tre linee (sì a Draghi, no a Draghi, sì a una donna mentre i gruppi chiedono il Mattarella bis); c’ha pure diversi ambiziosi in casa che quel Colle più alto non se lo sono mai tolto dalla testa. Sempre il partito dei 101 è.

Insomma, il segretario del Pd non la sente come la sua partita. L’obiettivo è uscirne senza rompersi l’osso del collo, senza bruciare Draghi in un senso o nell’altro, perché sarebbe un danno per il Paese e un danno come immagine presso le cancellerie europee non tutelare la principale risorsa che l’Italia ha in questo momento. Diciamola proprio tutta. Nella terna dei desideri, al suo primo posto c’è che Mattarella possa rimanere, cioè che, a un certo punto, la forza oggettiva delle cose superi la debolezza soggettiva della politica. L’unico che nel Pd ha detto “Mattarella anche contro la sua volontà perché lo imporrà la situazione, dunque sviluppiamo una iniziativa politica in tal senso” si chiama Matteo Orfini. Adesso lo pensano in molti, ma senza produrre iniziativa. Anche qui, nell’attesa l’unico che lavora all’opzione seriamente si chiama onorevole Covid, più incisivo di molti politici che, a prezzo di qualche centinaio di morti, potrebbe risolvere la questione per tutti.

L’altra opzione è Giuliano Amato, il che spiega i toni da educanda con Berlusconi, che potrebbe lui proporre il Dottor sottile dopo essere stato bocciato. In fondo anche la volta scorsa era la sua best option. Amato piace molto al corpaccione degli ex ds, alla sinistra di Orlando e Provenzano, a Boccia, e va bene anche a Speranza e D’Alema. L’ultima è Draghi che nel partito è la best option di Zanda e di Marco Meloni, ad esempio, ma apre il vaso di pandora del governo, tra i ministri che giocheranno a restare e il grosso del gruppo dirigente che vorrà il voto. Che, quando sarà, è la vera partita di Enrico Letta. Quando sarà.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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